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Iaia Forte è Carmen


Teatro Nuovo di Verona
Rassegna Il Grande Teatro
5-10 aprile 2016
Incontro con gli attori giovedì 7, ore 17.00

20160323 Carmen Iaia Forte Teatro Nuovo Verona

 Carmen

TEATRO STABILE DI TORINO – TEATRO NAZIONALE
Di: Enzo Moscato
Adattamento e Regia: Mario Martone
direzione musicale: Mario Tronco
arrangiamento musicale: Mario Tronco e Leandro Piccioni
musiche ispirate alla Carmen di Georges Bizet
esecuzione dal vivo: Orchestra di Piazza Vittorio (in ordine alfabetico): Emanuele Bultrini, Peppe D’Argenzio, Duilio Galioto, Kyung Mi Lee, Ernesto Lopez, Omar Lopez, Pino Pecorelli, Pap Yeri Samb, Raul Scebba, Marian Serban, Ion Stanescu
con: Iaia Forte, Roberto De Francesco
e con Ernesto Mahieux, Giovanni Ludeno, Anna Redi, Francesco Di Leva, Houcine Ataa, Raul Scebba, Viviana Cangiano, Kyung Mi Lee
Scene: Sergio Tramonti
Costumi: Ursula Patzak
Luci: Pasquale Mari
Suono: Hubert Westkemper
Coreografie: Anna Redi
Assistente alla Regia: Raffaele Di Florio
Assistente scenografa: Sandra Müller
Durata: 1 ora e 15 minuti senza intervallo

Grande successo e tanti applausi

Carmen nelle mani di Mario Martone svela la sua natura più intima e popolare, tra zarzuela e bassi napoletani. Scrive il regista: «Quando ho pensato di dare vita con l’Orchestra di Piazza Vittorio a una Carmen napoletana, secondo i modelli del teatro musicale popolare che vanno da Raffaele Viviani alla sceneggiata, ho proposto a Enzo Moscato di scriverne il testo, chiedendogli un copione in cui ci fossero dialoghi e personaggi ispirati alla tradizione, ma guardando alla novella di Mérimée oltre che all’opera di Bizet. Quel che mi ha sempre affascinato della novella è il fatto che la vicenda è rievocata: Mérimée immagina che Don José gliela racconti in prigione, la sera prima di morire impiccato. Enzo ha colto al volo questa indicazione e ha scritto un testo che si muove su due piani, quello del racconto al presente e quello passato dell’azione rievocata. Ne è nato lo spettacolo che vedrete, in cui procedono di pari passo le parole di Mérimée e dei librettisti Meilhac e Halévy completamente reinventate da Moscato e la musica di Bizet trasfigurata da Mario Tronco con Leandro Piccioni e l’Orchestra di Piazza Vittorio. La contaminazione è totale: Napoli si pone come centro di un mondo latino fatto di nomadismi, dalla Spagna alla Francia e, via via trasmigrando, fino a Tunisi.

La lingua e la musica sono al centro di tutto, il vortice che tutto attrae: l’amore, la passione, il tradimento, la libertà e la violenza, l’allegria e il dolore, il mistero. Non c’è un’epoca definita (anche se sentiamo balenare tanto la Napoli del dopoguerra quanto quella della criminalità dei nostri giorni), non c’è la Micaela dell’opera (che in Mérimée non esiste, serviva a Bizet per ragioni morali e musicali). Soprattutto, nel testo di Enzo Moscato, la protagonista non muore: a raccontare al “forestiero” (cioè a tutti noi) quanto è successo non c’è più solo Don José, anche Carmen prende finalmente parola».


Dopo il grande successo del Deserto dei Tartari di Dino Buzzati proposto dal Teatro Stabile del Veneto con la regia di Paolo Valerio, il Grande Teatro 2015-16 si conclude, martedì 5 aprile alle 20.45 al Nuovo, con l’attesissima Carmen di Enzo Moscato prodotta dal Teatro Stabile di Torino, rivisitazione napoletana – a firma di Mario Martone – del famoso racconto di Mérimée reso celebre dall’opera omonima di Bizet. E proprio all’opera di Bizet sono ispirate le musiche che saranno eseguite dal vivo dall’Orchestra di Piazza Vittorio composta da undici elementi. Carmen, icona sivigliana della Spagna, è tutta made in France: è francese Prosper Mérimée che scrisse il racconto Carmen ispiratore dell’opera, è francese Bizet che la musicò, e sono francesi i due autori del libretto. Nessuna contraddizione, nessun controsenso. L’anima popolana di Carmen trascende le geografie, le etnie, persino le epoche. E qui, nello spettacolo che chiude il Grande Teatro 15-16, Carmen accantona la tradizione gitana cui s’ispirarono Mérimée e Bizet per privilegiare suoni e colori partenopei. Così, nelle mani di Martone (che ha firmato molti film di successo dopo il trionfale esordio con Morte di un matematico napoletano nel 1992), tra zarzuela e bassi napoletani, Carmen può svelare ancora una volta o forse, ancora di più, la sua natura più intima e popolare, anarchica e refrattaria agli schemi del sentimentalismo femminile. E ci guadagna. Scrive il regista: «Quando ho pensato di dare vita con l’Orchestra di Piazza Vittorio a una Carmen napoletana, secondo i modelli del teatro musicale popolare che vanno da Raffaele Viviani alla sceneggiata, ho proposto a Enzo Moscato di scriverne il testo, chiedendogli un copione in cui ci fossero dialoghi e personaggi ispirati alla tradizione, ma guardando alla novella di Mérimée oltre che all’opera di Bizet. Quel che mi ha sempre affascinato della novella è il fatto che la vicenda è rievocata: Mérimée immagina che don José gliela racconti in prigione, la sera prima di morire impiccato. Enzo ha colto al volo questa indicazione e ha scritto un testo che si muove su due piani, quello del racconto al presente e quello al passato dell’azione rievocata. Ne è nato uno spettacolo in cui procedono di pari passo le parole di Mérimée e dei librettisti Meilhac e Halévy completamente reinventate da Moscato e la musica di Bizet trasfigurata da Mario Tronco con Leandro Piccioni e con l’Orchestra di Piazza Vittorio. La contaminazione è totale: Napoli si pone come centro di un mondo latino fatto di nomadismi, dalla Spagna alla Francia e che, via via trasmigrando, arrivano fino a Tunisi. La lingua e la musica sono al centro di tutto, il vortice che tutto attrae: l’amore, la passione, il tradimento, la libertà e la violenza, l’allegria e il dolore, il mistero. Non c’è un’epoca definita (anche se sentiamo balenare tanto la Napoli del dopoguerra quanto quella della criminalità dei nostri giorni) e non c’è la Micaela dell’opera (che in Mérimée non esiste, serviva a Bizet per ragioni morali e musicali). Soprattutto, nel testo di Enzo Moscato, la protagonista non muore: a raccontare al “forestiero” (cioè a tutti noi) quanto è successo non c’è più solo don José (qui Cosé). E così anche Carmen – conclude Mario Martone – può prendere finalmente la parola». La vicenda è ambientata a Napoli presso una manifattura tabacchi in disuso, con Carmen (Iaia Forte) e le sue amiche di diversa nazionalità che hanno ben poco in comune con le sigaraie. Cosé (Roberto De Francesco), un soldatino dalla parlata veneta pressato dalla dura vita della caserma, s’innamora della sensualissima Carmen, guappa e tosta regina dei quartieri spagnoli. Nel frattempo un Torero sciupafemmine che non mata i tori bensì le donne, fa perdere la testa a Carmen. Gelosie, violenze e delitti sono raccontati in flashback da una Carmen (accecata, non uccisa da Cosé) che è diventata tenutaria di un bordello. Le fanno eco i musicisti della multietnica Orchestra di Piazza Vittorio che si muovono come attori salendo e scendendo dal palcoscenico. Accanto a Iaia Forte e a Roberto De Francesco sono in scena Ernesto Mahieux, Giovanni Ludeno, Anna Redi, Francesco Di Leva, Houcine Ataa, Raul Scebba, Viviana Cangiano e Kyung Mi Lee. In scena anche l’Orchestra di Piazza Vittorio diretta da Mario Tronco e composta da Emanuele Bultrini, Peppe D’Argenzio, Duilio Galioto, Kyung Mi Lee, Ernesto Lopez, Omar Lopez, Pino Pecorelli, Pap Yeri Samb, Raul Scebba, Marian Serban e Ion Stanescu. Le scene sono di Sergio Tramonti, i costumi di Ursula Patzak, le luci di Pasquale Mari, la regia del suono di Hubert Westkemper, le coreografie di Anna Redi. Dopo la “prima” di martedì, repliche tutte le sere alle ore 20.45 fino a sabato. L’ultima replica, domenica 10 aprile, è alle ore 16.00. Giovedì 7 alle ore 17.00, al Teatro Nuovo, Iaia Forte, Roberto De Francesco e gli altri interpreti di Carmen incontreranno il pubblico. L’ingresso all’incontro è libero.

GRANDE TEATRO. Da questa sera a domenica al Nuovo l’ultimo spettacolo della stagione

La Carmen di Martone tra i vicoli napoletani

Iaia Forte è l’eroina di Mérimée e Bizet, in scena con l’Orchestra di Piazza Vittorio. Il regista: «È ambientata in una città crocevia di nomadismi»

martedì 05 aprile 2016 SPETTACOLI, pagina 59

Il Grande Teatro si conclude, da stasera (alle 20,45) a domenica al Nuovo, con l’attesissima Carmen di Enzo Moscato prodotta dal Teatro Stabile di Torino, rivisitazione napoletana a firma di Mario Martone, del famoso racconto di Mérimée reso celebre dall’opera omonima di Bizet. E proprio a Bizet sono ispirate le musiche che saranno eseguite dal vivo dall’Orchestra di Piazza Vittorio composta da undici elementi.Qui Carmen accantona la tradizione gitana cui s’ispirarono Mérimée e Bizet per privilegiare suoni e colori partenopei. Così, nelle mani di Martone (che ha firmato molti film di successo dopo il trionfale esordio con Morte di un matematico napoletano nel 1992), tra zarzuela e bassi napoletani, Carmen può svelare ancora una volta o forse, ancora di più, la sua natura più intima e popolare, anarchica e refrattaria agli schemi del sentimentalismo femminile. E ci guadagna. Scrive il regista: «Quel che mi ha sempre affascinato della novella di Merimée è il fatto che la vicenda è rievocata: don José gliela racconta in prigione, la sera prima di morire impiccato. Ne è nato uno spettacolo in cui procedono di pari passo le parole di Mérimée e dei librettisti Meilhac e Halévy completamente reinventate da Moscato e la musica di Bizet trasfigurata da Mario Tronco con Leandro Piccioni e con l’Orchestra di Piazza Vittorio».«La contaminazione è totale: Napoli si pone come centro di un mondo latino fatto di nomadismi, dalla Spagna alla Francia e che, via via trasmigrando, arrivano fino a Tunisi. La lingua e la musica sono al centro di tutto, il vortice che tutto attrae: l’amore, la passione, il tradimento, la libertà e la violenza, l’allegria e il dolore, il mistero. Non c’è un’epoca definita (anche se sentiamo balenare tanto la Napoli del dopoguerra quanto quella della criminalità dei nostri giorni) e non c’è la Micaela dell’opera, ma soprattutto qui la protagonista non muore e può prendere finalmente la parola».Accanto a Iaia Forte e a Roberto De Francesco sono in scena Ernesto Mahieux, Giovanni Ludeno, Anna Redi, Francesco Di Leva, Houcine Ataa, Raul Scebba, Viviana Cangiano e Kyung Mi Lee e l’Orchestra di Piazza Vittorio diretta da Mario Tronco e composta da Emanuele Bultrini, Peppe D’Argenzio, Duilio Galioto, Kyung Mi Lee, Ernesto Lopez, Omar Lopez, Pino Pecorelli, Pap Yeri Samb, Raul Scebba, Marian Serban e Ion Stanescu. Le scene sono di Sergio Tramonti, i costumi di Ursula Patzak, le luci di Pasquale Mari, la regia del suono di Hubert Westkemper, le coreografie di Anna Redi. Lo spettacolo va in scena fino a sabato alle 20,45 e domenica alle 16. Giovedì alle 17, al Nuovo, gli attori incontrano il pubblico (ad ingresso libero)

IAIA FORTE, attrice

«La mia Carmen è forte e sovversiva  e paga cara la libertà»

domenica 03 aprile 2016 SPETTACOLI, pagina 59

Iaia Forte in una scena di «Carmen», da martedì al Nuovo
Carmen rivive in scena, al Nuovo da martedì 5 a domenica 10 aprile, nello spettacolo conclusivo del Grande Teatro, nella versione napoletana di Enzo Moscato, con la regia di Mario Martone. Di questo personaggio complesso e affascinante, ci parla la protagonista, Iaia Forte. Diplomata al Centro di cinematografia di Roma, ha lavorato con grandi registi, in teatro e al cinema, Leo De Berardinis, Mario Martone, Carlo Cecchi, Federico Tiezzi, Emma Dante, Toni Servillo, Pappi Corsicato, ed era nel cast del film premio Oscar La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino.«Carmen è un archetipo della donna libera, profondamente libera, tenuto conto dell’epoca in cui è stato scritto il racconto di Merimée» spiega l’attrice. «Carmen non ha condizionamenti, ha progetti solo per se stessa, non conta sugli uomini, non ci tiene a farsi una famiglia. È un carattere forte, ma come accade anche per gli uomini forti, mostra delle fragilità. Si innamora di Cosè, ma poi anche del torero, mette in gioco i suoi sentimenti di continuo».La storia di Carmen, che Bizet ha musicato, è definita un «melodramma perfetto» perché parla d’amore e dei disastri che provoca. E questo c’è già nel modello letterario.Infatti in questo spettacolo c’è una riscrittura della storia che si differenzia dall’opera lirica e si riavvicina a Merimée. In più qui Carmen non muore, ma viene accecata, punizione ad una donna che ha osato un atteggiamento maschile. La storia viene raccontata a fatti avvenuti, lei è diventata una tenutaria di bordello.Anche qui la musica è presente, anzi è protagonista.Le musiche di Bizet vengono rielaborate, riarrangiate da Mario Tronco per l’Orchestra di Piazza Vittorio: le celebri arie restano riconoscibili, ma con sonorità caraibiche, africane, mediterranee. Questa storia è un innesto tra sceneggiata napoletana, tragedia greca e musical. Vedrete molta vitalità, noi cantiamo e balliamo: è teatro d’autore perché la regia è di Mario Martone, ma anche uno spettacolo popolare. L’Orchestra è multietnica e dimostra che l’incontro tra culture le potenzia, esperienza esemplare in questo momento storico così difficile.Lei come ha affrontato il personaggio di Carmen?Osservo Carmen con curiosità, perché è molto diversa da me, mette in atto dinamiche che non riuscirei a fare, e perché ha una vitalità e una capacità di sfidare la vita che mi commuovono. È un personaggio che fa riflettere, indubbiamente.Qui non si arriva al femminicidio, ma la violenza c’è eccome.La violenza c’è nel testo di Merimée. Carmen è un pericolo per l’uomo, perché non si sottomette e sovverte le regole maschili. Per questo viene accecata, il che richiama le tragedie antiche.La storia viene ambientata a Napoli. Lei, che è nata lì, che Napoli riconosce?Io vivo a Roma da tanti anni, da quando sono andata a studiare recitazione, ma riconosco che Napoli è una città di incontri di civiltà e culture, ieri come oggi, ed è anche la città del regista Martone e dell’autore Moscato. È perfetta per raccontare le diversità e i modi di sopravvivere ai margini. Come nel racconto originale era una banda di fuorilegge e in Bizet gli zingari, qui possono essere quel sottobosco di ladruncoli o microcriminalità. Inoltre il direttore d’orchestra Tronco ha pensato che certe sonorità napoletane si sposassero perfettamente con la musica di Bizet, perché il dialetto deriva dal francese ed è molto cantabile, e la “sceneggiata” è il musical di Napoli.

La natura più intima e popolare di Carmen

Carmen nelle mani di Mario Martone svela la sua natura più intima e popolare, tra zarzuela e bassi napoletani.

Scrive il regista: «Quando ho pensato di dare vita con l’Orchestra di Piazza Vittorio a una Carmen napoletana, secondo i modelli del teatro musicale popolare che vanno da Raffaele Viviani alla sceneggiata, ho proposto a Enzo Moscato di scriverne il testo, chiedendogli un copione in cui ci fossero dialoghi e personaggi ispirati alla tradizione, ma guardando alla novella di Mérimée oltre che all’opera di Bizet.

Quel che mi ha sempre affascinato della novella è il fatto che la vicenda è rievocata: Mérimée immagina che Don José gliela racconti in prigione, la sera prima di morire impiccato. Enzo ha colto al volo questa indicazione e ha scritto un testo che si muove su due piani, quello del racconto al presente e quello passato dell’azione rievocata.

Ne è nato lo spettacolo che vedrete, in cui procedono di pari passo le parole di Mérimée e dei librettisti Meilhac e Halévy completamente reinventate da Moscato e la musica di Bizet trasfigurata da Mario Tronco con Leandro Piccioni e l’Orchestra di Piazza Vittorio. La contaminazione è totale: Napoli si pone come centro di un mondo latino fatto di nomadismi, dalla Spagna alla Francia e, via via trasmigrando, fino a Tunisi.
La lingua e la musica sono al centro di tutto, il vortice che tutto attrae: l’amore, la passione, il tradimento, la libertà e la violenza, l’allegria e il dolore, il mistero.

Non c’è un’epoca definita (anche se sentiamo balenare tanto la Napoli del dopoguerra quanto quella della criminalità dei nostri giorni), non c’è la Micaela dell’opera (che in Mérimée non esiste, serviva a Bizet per ragioni morali e musicali). Soprattutto, nel testo di Enzo Moscato, la protagonista non muore: a raccontare al “forestiero” (cioè a tutti noi) quanto è successo non c’è più solo Don José, anche Carmen prende finalmente parola».

 

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