Video applausi

Le baruffe chiozzotte secondo Paolo Valerio


Teatro Romano di Verona
19, 20, 21, 22 luglio 2017, ore 21.15
Giovedì 20 luglio alle 17.30 incontro con il cast in Biblioteca Civica
Ingresso libero

TEATRO STABILE DEL VENETO – TEATRO NAZIONALE

Le baruffe chiozzotte

Di: Carlo Goldoni
Regia: Paolo Valerio
con (in ordine alfabetico): Luca Altavilla, Francesca Botti, Leonardo De Colle, Piergiorgio Fasolo, Stefania Felicioli, Riccardo Gamba, Margherita Mannino, Michela Martini, Valerio Mazzucato, Giancarlo Previati, Marta Richeldi, Vincenzo Tosetto, Francesco Wolf
Consulenza storico –drammaturgica: Piermario Vescovo
Movimenti di scena: Monica Codena
Scene: Antonio Panzuto
Costumi: Stefano Nicolao
Musiche: Antonio di Pofi
Luci: Enrico Berardi

Paolo Valerio dirige uno spettacolo corale, popolato da personaggi irresistibili: uomini e donne innocenti e rudi, esemplari imperfetti di un’umanità straordinaria. Le Baruffe Chiozzotte è un affresco di grande leggerezza e irresistibile divertimento, anche se in filigrana si intravede il colore della malinconia, la sensazione del tempo che fugge. Le donne hanno una sola urgenza: quella di non far passare un altro inverno senza essersi maritate. I loro uomini sono pescatori, e presto o tardi il mare li chiamerà a sé. Il mondo femminile, fatto di lavoro al merletto e di sogni d’amore, di attesa e di vitalità, è legato alla strada, al cortile. È lì che si consuma la loro battaglia, per tenere gli uomini ancorati alla terra ferma.

Applausi alla prima e Video Gallery

Limitatamente ai 4 posti disponibili il Comune di Verona offre la gratuità per spettatori con disabilità + accompagnatori.

Galleria fotografica prove

Prima conferenza stampa di Francesca Briani quale nuovo assessore alla cultura del Comune di Verona

Paolo Valerio e le Baruffe Chiozzotte

Foto conferenza stampa

L’AUTORE A CHI LEGGE
Il termine Baruffa è lo stesso in linguaggio Chiozzotto Veneziano, e Toscano. Significa confusione, una mischia, un azzuffamento d’uomini, o di donne, che gridano, o si battono insieme. Queste baruffe sono communi fra il popolo minuto, e abbondano a Chiozza piú che altrove; poiché di sessanta mila abitanti di quel Paese ve ne sono almeno cinquanta mila di estrazione povera e bassa, tutti per lo piú Pescatori o gente di marina.Chiozza è una bella e ricca città venticinque miglia distante da Venezia, piantata anch’essa nelle Lagune e isolata, ma resa Penisola per via di un lunghissimo ponte di legno, che comunica colla Terraferma. Ha un Governatore con titolo di Podestà, ch’è sempre di una delle prime Case Patrizie della Repubblica di Venezia, a cui appartiene. Ha un Vescovo, colà trasportato dall’antica sede di Malamocco. Ha un Porto vastissimo, e comodo, e bene fortificato. Evvi il ceto nobile, il civile ed il mercantile. Vi sono delle persone di merito e di distinzione. Il Cavaliere della città ha il titolo di Cancelier Grande, ed ha il privilegio di portare la veste colle maniche lunghe e larghe, come i Procuratori di San Marco. Ella in somma è una città rispettabile; e non intendo parlare in questa Commedia che della gente volgare, che forma, come diceva, i cinque sesti di quella vasta popolazione.Il fondo del linguaggio di quella città è Veneziano; ma la gente bassa principalmente ha de’ termini particolari, ed una maniera di pronunziare assai differente. I Veneziani, pronunziando i verbi, dicono, per esempio, andar, star, vegnir (per venire), voler ecc. Pare perciò che pronunzino i verbi come i Toscani, terminandoli colla vocale senza troncarli; ma non è vero, poiché allungano talmente la finale, che diviene una caricatura. Io ho appreso un poco quel linguaggio e quella pronunzia nel tempo ch’io era colà impiegato nell’uffizio di Coadiutore del Cancelliere Criminale, come accennai nella prefazione del Tomo Ottavo di questa edizione, ed ho fatto una fatica grandissima ad instruire i miei Comici, affine di ridurli ad imitare la cantilena e l’appoggiatura delle finali, terminando i verbi, per cosí dire, con tre o quattro e, come se dicessero andareeee, sentireeee, stareeee ecc. Quando il verbo è sdrucciolo, come ridere, perdere, frigere ecc., i Veneziani troncano la finale, e dicono: rider, perder, friger ecc.; ed i Chiozzotti, che non potrebbero pronunziare, come negli altri verbi, ridereeee, perdereeee, frigereeee, perché ciò sarebbe troppo duro anche alle loro orecchie, troncano la parola ancor di piú, e dicono: ridè, perdè, frizè ecc. Ma io non intendo qui voler dare una grammatica Chiozzotta: accenno qualche cosa della differenza che passa fra questa pronunzia e la Veneziana, perché ciò ha formato nella rappresentazione una parte di quel giocoso, che ha fatto piacer moltissimo la Commedia. Il personaggio principalmente di Pa­dron Fortunato è stato de’ piú gustati. È un uomo grossolano, parla presto, e non dice la metà delle parole, di maniera che gli stessi suoi compatrioti lo capiscono con difficoltà. Come mai sarà egli compreso dai Leggitori? E come potrà mettersi in chiaro colle note in piè di pagina quel che dice e quel che in­tende di dire? La cosa è un poco difficile. I Veneziani capi­ranno un poco piú; gli esteri, o indovineranno, o avranno pa­zienza. Io non ho voluto cambiar niente né in questo, né in altri personaggi; poiché credo e sostengo, che sia un merito della Commedia l’esatta imitazione della natura.Diranno forse taluni, che gli Autori Comici devono bensí imitar la natura; ma la bella natura, e non la bassa e la difet­tosa. Io dico all’incontro, che tutto è suscettibile di commedia, fuorché i difetti che rattristano, ed i vizi che offendono. Un uomo che parla presto, e mangia le parole parlando, ha un difetto ridicolo, che diviene comico, quando è adoperato con parsimonia, come il balbuziente e il tartaglia. Lo stesso non sarebbe d’un zoppo, d’un cieco, d’un paralitico: questi sono difetti ch’esigono compassione, e non si deggiono esporre sulla scena, se non se il carattere particolare della persona difettosa valesse a render giocoso il suo difetto medesimo.Altri condanneranno, può essere, ch’io abbia troppo molti­plicato sopra le scene questa sorta di soggetti e di argomenti bassi e volgari.I Pettegolezzi delle donne, le Massere, il Campiello e le Baruffe Chiozzotte, ecco (diranno codesti tali) quattro comme­die popolari, tratte da quanto vi è di piú basso nel genere uma­no, le quali disgustano, o almeno non interessano le colte e delicate persone. Se questi Critici fossero per avventura gli stessi che si doleano un tempo di me, perché io osava mettere in iscena i Conti, i Marchesi ed i Cavalieri, direi che proba­bilmente non amano le Commedie, se intendono di limitare si strettamente il campo agli Autori. Ma chiunque siano, dirò lor francamente che la natura e l’esempio mi hanno consigliato a tentarlo, e la riuscita delle prime Commedie mi ha autoriz­zato a produrre le altre.Questo è quel genere di Commedie, che diconsi dai Latini Tabernariae, e dai Francesi Poissardes. De’ buoni Autori anti­chi e moderni ne hanno prodotto con merito e con applauso; e ardisco dire, le mie non sono state men fortunate.L’editore delle Opere di Monsieur Vadé, in quattro volumi in ottavo, cosí si spiega nella prefazione, parlando dell’autore francese:Il est créateur dii genre Poissard, que de pretendus grands esprits se font un point d’honneur de mépriser, mais qui ce­pendant n’est point méprisable. Il peint la nature, basse, si l’on veut, mais très-agréable à voir, parcequ’elle est rendue dans les ouvrages de notre Auteur avec les traits et les coloris agréables, qui la font d’abord reconnoître. Il y a dans le monde bien des sortes d’esprits: ceux-ci, misanthropes froids, sont fâchés qu’on les amuse, et mesurent leur estime sur le degré de chagrin et d’humeur qu’ils trouvent dans les autres; ceux­là, censeurs perpetuels, mettent de la vanité à blâmer tout; quelques uns d’un rang élevé regardent la plaisanterie comme indigne de leur qualité, et se croiroient dégradés, si elle leur arrachoit un sourire. Des autres enfin, singes maladroits, af­fectent par air une gravité ridicule, et résistent par vanité au plaisir qu’ils sentent naturellement. Tous ces différents esprits blâment, ou feignent de blâmer, le genre Poissard; mais tous ont vû avec un plaisir singulier etc…E in un altro luogo:Tout ce qui est vrai, a droit de plaire, tout ce qui est plais­ant, a droit de faire rire etc.Supplico i signori Critici ad osservare, che l’Autor Francese suddetto erasi dato a questo genere di componimenti, e con questo solo piaceva.

Io all’incontro ho fatto le mie Tabernanie, le mie Poissar­des, dopo la Pamela, il Terenzio, il Tasso, le Persiane, e tan­t’altre che potevano soddisfare gli spiriti piú seriosi e piú deli­cati. Un’altra ragione potrebbe ancora giustificarmi. I Teatri d’Italia sono frequentati da tutti gli ordini di persone; e la spesa è sí mediocre, che il bottegaio, il servitore ed il povero pescatore possono partecipare di questo pubblico divertimen­to, alla differenza de’ Teatri Francesi, ne’ quali si paga dodici paoli in circa per un solo posto nell’ordine nobile, e due per istare in piedi nella platea.

Io aveva levato al popolo minuto la frequenza dell’Arlec­chino; sentivano parlare della riforma delle Commedie, vo­ leano gustarle; ma tutti i caratteri non erano addattati alla loro intelligenza: ed era ben giusto, che per piacere a quest’ordine di persone, che pagano come i Nobili e come i Ricchi, facessi delle Commedie, nelle quali riconoscessero i loro costumi e i loro difetti, e, mi sia permesso di dirlo, le loro virtú.

Ma quest’ultima giustificazione è affatto inutile; poiché a tali Commedie le persone le piú nobili, le piú gravi e le piú delicate si sono divertite egualmente, per la ragione allegata di sopra in francese, che: tutto quello che è vero, ha il diritto di piacere, e tutto quello ch’è piacevole, ha il diritto di far ridere.

PERSONAGGI

Padron TONI (ANTONIO)  padrone di tartana peschereccia.

Madonna PASQUA  moglie di padron Toni.

LUCIETTA  fanciulla, sorella di padron Toni.

TITTA NANE (GIAMBATTISTA)  giovine pescatore.

BEPPO (GIUSEPPE)  giovine, fratello di padron Toni.

Padron FORTUNATO  pescatore.

Madonna LIBERA  moglie di padron Fortunato.

ORSETTA (ORSOLINA)  fanciulla, sorella di madonna Libera.

CHECCA (Francesca)  altra fanciulla, sorella di madonna Libera.

Padron VINCENZO  pescatore.

TOFFOLO (CRISTOFOLO)  battellaio.

ISIDORO  coadiutore del Cancelliere Criminale.

IL COMANDADOR  cioé il messo del Criminale.

CANOCCHIA  giovine che vende zucca arrostita.

UOMINI  della tartana di padron Toni.

SERVITORE  de Coadiutore.

La scena si rappresenta in Chiozza.

ATTO PRIMO

SCENA I

Strada con varie casupole.

Pasqua e Lucietta da una parte. Libera, Orsetta e Checca dall’altra. Tutte a sedere sopra seggiole di paglia, lavorando merletti sui loro cuscini, posti ne’ loro scagnetti.

Lucietta – Creature, cossa diseu de sto tempo?

Orsetta – Che ordene xelo?

Lucietta – Mi no so, varé. Oe, cugnà, che ordene xelo (a Pasqua)?

Pasqua – No ti senti che boccon de sirocco?

Orsetta – Xelo bon da vegnire de sottovento?

Pasqua – Sí ben, sí ben. Si i vien i nostri omeni, i gh’ha el vento in poppe.

Libera – Ancuo o doman i doverave vegnire.

Checca – Oh! bisogna donca che spessega a laorare: avanti che i vegna, lo vorave fenire sto merlo.

Lucietta – Di’, Checca: quanto te n’amanca a fenire?

Checca – Oh! me n’amanca un brazzo.

Libera – Ti laori molto puoco, fia mia (a Checca).

Checca – Oh! quanto xe che gh’ho sto merlo su sto balon?

Libera – Una settemana.

Checca – Ben! una settemana?

Libera – Destrighete, se ti vuol la carpetta.

Lucietta – Oe, Checca, che carpetta te fastu?

Checca – Una carpetta niova de caliman.

Lucietta – Dasseno? Te mettistu in donzelon?

Checca – In donzelon? No so miga cossa che voggia dir.

Orsetta – Oh che pandola! Non ti sa che co una putta xe granda, se ghe fa el donzelon: e che co la gh’ha el donzelon, xe segno che i soi i la vuol maridare?

Checca – Oe, sorella! (a Libera).

Libera – Fia mia.

Checca – Me voleu maridare?

Libera – Aspetta che vegna mio mario.

Checca – Donna Pasqua, mio cugnà Fortunato no xelo andà a pescare co paron Toni?

Pasqua – Sí, no lo sastu, che el xe in tartana col mio paron e co Beppe so fradelo?

Checca – No ghe xe anca Titta Nane co lori?

Lucietta – Sí ben: cossa voressistu dire? Cossa pretenderavistu da Titta Nane? (a Checca).

Checca – Mi? gnente.

Lucietta – No ti sa che xe do anni che mi ghe parlo? E che col vien in terra, el m’ha promesso de darme el segno?

Checca – (Malignaza culía! La i vol tutti per ela!)

Orsetta – Via, via, Lucietta, no star a bacilare. Avanti che Checca mia sorela se maride, m’ho da maridare mi, m’ho da maridare. Co vegnirà in terra Beppe to fradelo, el me sposerà mi, e se Titta Nane vorà, ti te poderà sposare anca tí. Per mia sorela, gh’è tempo.

Checca – Oh! vu, siora, no voressi mai che me maridasse (a Orsetta).

Libera – Tasi là; tendi al to laoriere.

Checca – Se fusse viva mia dona mare…

Libera – Tasi, che te trago el balon in coste.

Checca – (Sí, sí, me voggio maridare, se credesse de aver da tiore un de quei squartai che va a granzi).

SCENA II

Toffolo e le suddete, poi Canocchia.

Lucietta – Oe, bondí, Toffolo.

Toffolo – Bondí, Lucietta.

Orsetta – Sior mamara, cossa semio nu altre?

Toffolo – Se averé pazenzia, ve saluderò anca vu altre.

Checca – (Anca Toffolo me piaserave).

Pasqua – Coss’è, putto? No laorè ancuò?

Toffolo – Ho laorà fin adesso. So stà col battelo sotto marina a cargar dei fenochi: i ho portai a Brondolo al corrier de Ferrara, e ho chiapà la zornada.

Lucietta – Ne pagheu gnente?

Toffolo – Sí ben; comandè.

Checca – (Uh! senti che sfazzada?) (a Orsetta).

Toffolo – Aspettè. Oe! zucche barucche (chiama).

Canocchia – (con una tavola con sopra vari pezzi di zucca gialla cotta) Comandè, paron.

Toffolo – Lassè veder.

Canocchia – Adesso: varè, le xe vegnua fora de forno.

Toffolo – Voleu, Lucietta? (le offerisce un pezzo di zucca)

Lucietta – Sí ben, dè qua.

Toffolo – E vu, donna Pasqua, voleu?

Pasqua – De diana! la me piase tanto la zucca barucca! Demene un pezzo.

Toffolo – Tolè. No la magnè, Lucietta?

Lucietta – La scotta. Aspetto che la se giazze.

Checca – Oe! bara Canocchia.

Canocchia – Son qua.

Checca – Demene anca a mi un bezze.

Toffolo – So qua mi; ve la pagherò mi.

Checca – Sior no, no voggio.

Toffolo – Mo per cossa?

Checca – Perché no me degno.

Toffolo – S’ha degnà Lucietta.

Checca – Sí sí, Lucietta xe degnevole, la se degna de tutto.

Lucietta – Coss’è, siora? Ve ne aveu per mal, perché so stada la prima mi?

Checca – Mi co vu, siora, no me n’impazzo. E mi no togo gnente da nissun.

Lucietta – E mi cossa toghio?

Checca – Siora sí, avè tolto anca i trígoli dal putto donzelo de bare Losco.

Lucietta – Mi, busiara?

Pasqua – A monte.

Libera – A monte, a monte.

Canocchia – Gh’è nissun che voggia altro?

Toffolo – Andé a bon viazo.

Canocchia – Zucca barucca, barucca calda (gridando parte).

SCENA III

I suddetti, fuor di Canocchia.

Toffolo – (Arecordève, siora Checca, che m’avé dito che de mi no ve degnè)

Checca – (Andè via, che no ve tendo).

Toffolo – (E sí, mare de diana, gh’aveva qualche bona intenzion).

Checca – (De cossa?)

Toffolo – (Mio santolo me vol metter suso peota, e co son a traghetto, anca mi me vôi maridare).

Checca – (Dasseno?)

Toffolo – (Ma vu avé dito che no ve degnè).

Checca – (Oh! ho dito de la zucca, no ho miga dito de vu).

Libera – Oe, oe, digo: cossa xe sti parlari?

Toffolo – Varè? vardo a laorare.

Libera – Andè via de là, ve digo.

Toffolo – Cossa ve fazzio? Tolè; anderò via (si scosta, e va bel bello dall’altra parte).

Checca – (Sia malignazo!)

Orsetta – (Mo via, cara sorela, se el la volesse, savé che putto che el xe: no ghe la voressi dare?)

Lucietta – (Cossa diseu, cugnà? La se mette suso a bonora).

Pasqua – (Se ti savessi che rabbia che me fa!) (a Lucietta).

Lucietta – (Varè che fusto! Viva cocchietto! la voggio far desperare).

Toffolo – Sfadigheve a pian, donna Pasqua.

Pasqua – Oh! no me sfadigo, no, fio: no vedè che mazzette grosse? El xe merlo da diese soldi.

Toffolo – E vu, Lucietta?

Lucietta – Oh! el mio xe da trenta.

Toffolo – E co belo che el xe!

Lucietta – Ve piaselo?

Toffolo – Mo co pulito! Mo cari quei deolini!

Lucietta – Vegní qua; senteve.

Toffolo – (Oh! qua son piú a la bonazza) (siede).

Checca – (Oe! cossa diseu?) (a Orsetta, facendole osservare Toffolo vicino a Lucietta).

Orsetta – (Lassa che i fazza, no te n’impazzare) (a Checca).

Toffolo – (Se starò qua, me bastonerali?) (a Lucietta).

Lucietta – (Oh che matto!) (a Toffolo).

Orsetta – (Cossa diseu?) (a Libera, accennando Lucietta).

Toffolo – Donna Pasqua, voleu tabacco?

Pasqua – Xelo bon?

Toffolo – El xe de quelo de Malamocco.

Pasqua – Dàmene una presa.

Toffolo – Volentiera.

Checca – (Se Titta Nane lo sa, poveretta ela).

Toffolo – E vu, Lucietta, ghe ne voleu?

Lucietta – (De qua, sí ben. Per far despetto a culía) (accenna Checca).

Toffolo – (Mo che occhi baroni!) (a Lucietta).

Lucietta – (Oh giusto! No i xe miga queli de Checca) (a Toffolo).

Toffolo – (Chi? Checca? gnanca in mente) (a Lucietta).

Lucietta – (Vardé, co bela che la xe!) (a Toffolo, accennando Checca, con derisione).

Toffolo – (Vara chiòe!) (a Lucietta).

Checca – (Anca sí che i parla de mi).

Lucietta – (No la ve piase?) (a Toffolo).

Toffolo – (Made) (a Lucietta).

Lucietta – (I ghe dise puinetta) (a Toffolo, sorridendo).

Toffolo – (Puinetta i ghe dise?) (a Lucietta, sorridendo e guardando Checca).

Checca – Oe, digo; no so miga orba, varé. La voleu fenire? (forte verso Toffolo e Lucietta).

Toffolo – Puina fresca, puina (forte, imitando quelli che vendono la puina, cioè la ricotta).

Checca – Cossa xe sto parlare? Cossa xe sto puinare? (s’alza).

Orsetta – No te n’impazzare (a Checca, e s’alza).

Libera – Tendi a laorare (a Orsetta e Checca, alzandosi).

Orsetta – Che el se varda elo, sior Toffolo Marmottina.

Toffolo – Coss’è sto Marmottina?

Orsetta – Sior sí; credeu che nol sapiemo che i ve dise Toffolo Marmottina?

Lucietta – Varé che sesti! Varé che bela prudenzia!

Orsetta – Eh via, cara siora Lucietta Panchiana!

Lucietta – Cossa xe sta Panchiana? Tendè a vu, siora Orsetta Meggiotto.

Libera – No stè a strapazzar mie sorele, che mare de diana…

Pasqua – Portè rispetto a mia cugnà (s’alza).

Libera – Eh! tasè, donna Pasqua Fersora.

Pasqua – Tasè vu, donna Libera Galozzo.

Toffolo – Se no fussi donne, sangue de un’anguria…

Libera – Vegnirà el mio paron.

Checca – Vegnirà Titta Nane. Ghe vôi contare tutto, ghe vôi contare.

Lucietta – Contighe. Cossa m’importa?

Orsetta – Che el vegna paron Toni Canestro…

Lucietta – Sí, sí, che el vegna paron Fortunato Baícolo…

Orsetta – Oh che temporale!

Lucietta – Oh che súsio!

Pasqua – Oh che bissabuova!

Orsetta – Oh che stramanío!

SCENA IV

Paron Vincenzo e detti.

Vicenzo – Olà, olà! zitto, donne. Cossa diavolo gh’aveu?

Lucietta – Oe, vegní qua, paron Vicenzo.

Orsetta – Oe, sentí, paron Vicenzo Lasagna.

Vicenzo – Quieteve, che xe arivà in sto ponto la tartana de paron Toni.

Pasqua – Oe, zitto, che xe arivà mio mario (a Lucietta).

Lucietta – Uh, ghe sarà Titta Nane! (a Pasqua).

Libera – Oe, putte, no fe che vostro cugnà sappia gnente.

Orsetta – Zitto, zitto, che gnanca Beppe no sappia.

Toffolo – Lucietta, so qua mi, no ve stè a stremire.

Lucietta – Va via (a Toffolo).

Pasqua – Via (a Toffolo).

Toffolo – A mi? sangue d’un bisatto!

Pasqua – Va a ziogare al trottolo.

Lucietta – Va a ziogare a chiba.

Toffolo – A mi, mare de diana? Anderò mo giusto, mo, da Checchina (s’accosta a Checca).

Libera – Via, sporco.

Orsetta – Cavete.

Checca – Va in malora.

Toffolo – A mi sporco? A mi va in malora? (con sdegno).

Vicenzo – Va in burchio.

Toffolo – Olà, olà, paron Vicenzo (con caldo).

Vicenzo – Va a tirare l’alzana (gli dà uno scappellotto).

Toffolo – Gh’avè rason, che no voggio precipitare (parte).

Pasqua – Dove xeli co la tartana?(a Vicenzo)

Vicenzo – In rio xe secco, no i ghe può vegnire. I xe ligai a Vigo. Se volè gnente, vago a vedere se i gh’a del pesse, e se i ghe n’ha, ghe ne vôi comprare per mandarlo a vendere a Pontelongo.

Lucietta – Oe, ne ghe disè gnente (a Vicenzo).

Libera – Oe, paron Vicenzo, no ghe stessi miga a contare.

Vicenzo – Che cade!

Orsetta – No ghe stessi a dire…

Vicenzo – Mo no stè a bacilare (parte).

Libera – Via, no femo che i nostri omeni n’abbia da trovare in baruffa.

Pasqua – Oh, mi presto la me monta, e presto la me passa.

Lucietta – Checca, xestu in colera?

Checca – No ti sa far altro che far despetti.

Orsetta – A monte, a monte. Semio amighe?

Lucietta – No voleu che lo semio?

Orsetta – Dame un baso, Lucietta.

Lucietta – Tiò, vissere.

Si baciano.
Orsetta – Anca ti, Checca.

Checca – (No gh’ho bon stomego).

Lucietta – Via, matta.

Checca – Via, che ti xe doppia co fa le céole.

Lucietta – Mi? Oh, ti me cognossi puoco. Viè qua; dame un baso.

Checca – Tiò. Varda ben, no me minchionare.

Pasqua – Tiò el to balon, e andemo in cà, che po anderemo in tartana (piglia lo scagno col cuscino, e parte).

Libera – Putte, andemo anca nu, che li anderemo a incontrare (parte col suo scagno).

Orsetta – No vedo l’ora de vederlo el mio caro Beppe (parte col suo scagno).

Lucietta – Bondí, Checca (prende il suo scagno).

Checca – Bondí. Voggieme ben (prende il suo scagno, e parte).

Lucietta – No t’indubitare (prende il suo scagno, e parte).

SCENA V

Veduta del canale con varie barche pescareccie, fra le quali la tartana di paron Toni.

Paron Fortunato, Beppo, Titta Nane e altri uomini nella tartana, e paron Toni in terra, poi paron Vicenzo.
Toni – Via, da bravi, a bel belo, mettè in terra quel pesse.

Vicenzo – Ben vegnuo, paron Toni.

Toni – Schiao, paron Vicenzo.

Vicenzo – Com’ela andada?

Toni – Eh! No se podemo descontentare.

Vicenzo – Cossa gh’aveu in tartana?

Toni – Gh’avemo un puoco de tutto, gh’avemo.

Vicenzo – Me dareu quattro cai de sfoggi?

Toni – Pare sí.

Vicenzo – Me dareu quattro cai de barboni?

Toni – Pare sí.

Vicenzo – Bòseghe ghe n’aveu?

Toni – Mare de diana! ghe n’avemo de cussí grande, che le pare, co buò respetto, lengue de manzo, le pare.

Vicenzo – E rombi?

Toni – Ghe n’aemo sié, ghe n’aemo, co è el fondi d’una barila.

Vicenzo – Se porlo veder sto pesse?

Toni – Andè in tartana, che xe paron Fortunato; avanti che lo spartimo, fevelo mostrare.

Vicenzo – Anderò a vede se se podemo giustare.

Toni – Andè a pian. Oe, deghe man a paron Vicenzo.

Vicenzo – (Gran boni omeni che xe i pescaori!) (va in tartana)

Toni – Magari lo podessimo vende tutto a bordo el pesse, che lo venderia volentiera. Se andemo in man de sti bazariotti, no i vuol dar gnente; i vuol tutto per lori. Nualtri, poverazzi, andemo a rischiare la vita in mare, e sti marcanti col bareton de veludo i se fa ricchi co le nostre fadighe.

Beppo – (scende di tartana con due canestri) Oe, fradello?

Toni – Coss’è, Beppe? Cossa vustu?

Beppo – Se ve contentessi, voria mandar a donare sto cao de barboni al Lustrissimo.

Toni – Per cossa mo ghe li vustu donare?

Beppo – No savè che l’ha da essere mio compare?

Toni – Ben! mandegheli, se ti ghe li vuol mandare. Ma cossa credistu? Che in t’un bisogno che ti gh’avessi, el se moverave gnanca da la cariega? Col te vederà, el te metterà una man sulla spala: Bravo, Beppe, te ringrazio, comàndeme. Ma se ti ghe disi: Lustrissimo, me premeria sto servizio; nol s’arecorda piú dei barboni: nol te gh’ha gnanca in mente; nol te cognosse piú né per compare, né per prossimo, né per gnente a sto mondo.

Beppo – Cossa voleu che fazze? Per sta volta lassé che ghe li mande.

Toni – Mi no te digo che no ti li mandi.

Beppo – Chiò, Menola. Porta sti barboni a sior cavaliere; dighe che ghe lo mando mi sto presente.

Il putto parte.

SCENA VI

Pasqua, Lucietta e detti.

Pasqua – Paron! (a Toni)

Toni – Oh muggiere!

Lucietta – Fradelo! (a Toni)

Toni – Bondí, Lucietta.

Lucietta – Bondí, Beppe.

Beppo – Stastu ben, sorela?

Lucietta – Mi sí. E ti?

Beppo – Ben, ben. E vu, cugnà, steu ben?

Pasqua – Sí, fio. Aveu fatto bon viazo? (a Toni)

Toni – Cossa parleu de viazo? Co semo in terra, no se recordemo piú de quel che s’ha passao in mare. Co se pesca, se fa bon viazo, e co se chiapa, no se ghe pensa a rischiar la vita. Avemo portà del pesse, e semo aliegri, e semo tutti contenti.

Pasqua – Via, via, manco mal. Seu stai in porto?

Toni – Sí ben, semo stai a Senegaggia.

Lucietta – Oe, m’aveu portà gnente?

Toni – Sí, t’ho portà do pera de calze sguarde e un fazzoletto da colo.

Lucietta – Oh! caro el mio caro fradelo; el me vol ben mio fradelo.

Pasqua – E a mi, sior, m’aveu portà gnente?

Toni – Anca a vu v’ho portao da farve un còttolo e una vestina.

Pasqua – De cossa?

Toni – Vederè.

Pasqua – Mo de cossa?

Toni – Vederé, ve digo, vederè.

Lucietta – E ti m’astú portà gnente? (a Beppo)

Beppo – Vara chiòe! Cossa vustu che mi te porte? Mi ho comprà l’anelo per la mia novizza.

Lucietta – Xelo belo?

Beppo – Velo qua eh! Vara (le mostra l’anello).

Lucietta – Oh co belo che el xe! Per culía sto anelo?

Beppo – Per cossa mo ghe distu culía?

Lucietta – Se ti savessi cossa che la n’ha fatto? Domandighe ala cugnà: quella frascona de Orsetta, e quel’altra scagazzera de Checca, comuodo che le n’ha strapazzao. Oh! Cossa che le n’ha dito!

Pasqua – E donna Libera n’ala dito puoco? Ne podevela malmenare piú de quello che la n’ha malmenao?

Toni – Coss’è? Coss’è stà?

Beppo – Cossa xe successo?

Lucietta – Gnente. Lengue cattive. Lengue da tenaggiare.

Pasqua – Semo là su la porta, che laoremo col nostro balon…

Lucietta – Nu no se n’impazzemo…

Pasqua – Se savessi! Causa quel balon de Toffolo Marmottina.

Lucietta – Le gh’ha zelusia de quel bel suggetto.

Beppo – Cossa! Le ha parlà co Toffolo Marmottina?

Lucietta – Se ve piase.

Toni – O via, no vegní adesso a metter suso sto putto, e a far nassere delle custion.

Lucietta – Uh se savesse.

Pasqua – Tasi, tasi, Lucietta, che debotto toremo de mezo nu.

Beppo – Con chi parlavelo Marmottina?

Lucietta – Con tutte.

Beppo – Anca con Orsetta?

Lucietta – Me par de sí.

Beppo – Sangue de diana!

Toni – Oh via, fenímola, che no voggio sussuri.

Beppo – No, Orsetta no la voggio altro; e Marmottina, corpo de una balena, el me l’ha da pagare.

Toni – Anemo, andemo a casa.

Lucietta – Titta Nane dove xelo?

Toni – El xe in tartana (con sdegno).

Lucietta – Almanco lo voria saludare.

Toni – Andemo a casa, ve digo.

Lucietta – Via, che pressa gh’aveu?

Toni – Podevi far de manco de vegnire qua a sussurare.

Lucietta – Vedeu, cugnà? Avevimo dito de no parlare.

Pasqua – E chi xe stada la prima a schittare?

Lucietta – Oh! mi coss’oggio dito?

Pasqua – E mi coss’oggio parlà?

Beppo – Avè dito tanto, che se fusse qua Orsetta, ghe daria un schiaffazzo in tel muso. Da culía no vôi altro. Voggio vender l’anelo.

Lucietta – Damelo a mi, damelo.

Beppo – El diavolo che ve porta.

Lucietta – Oh che bestia!

Toni – To danno, ti meriti pezo. A casa, te digo. Subito a casa.

Lucietta – Varè che sesti! Cossa songio? La vostra massera? Sí, sí, no v’indubitè, che co vu no ghe voggio stare. Co vederò Titta Nane, ghe lo dirò. O che el me sposa subito, o per diana de dia, voggio andar piú tosto a servire. (parte)

Pasqua – Mo gh’avé dei gran tiri da matto.

Toni – Voleu ziogar che debotto… (fa mostra di volerle dare)

Pasqua – Mo che omeni! Mo che omeni malignazi! (parte)

Toni – Mo che donne; mo che donne da pestare co fa i granzi per andare a pescare (parte).

SCENA VII

Fortunato, Titta Nane, Vicenzo che scendono dalla tartana con uomini carichi di canestri.

Titta – Cossa diavolo xe stà quel sussuro?

Vicenzo – Gnente, fradelo, no saveu? Donna Pasqua Fersora la xe una donna che sempre cria.

Titta – Con chi criavela?

Vicenzo – Con so mario.

Titta – Lucietta ghe gierela?

Vicenzo – Me par de sí, che la ghe fusse anca ela.

Titta – Sia maledío! Giera là sotto prova a stivare el pesse: no ho gnanca podesto vegnire in terra.

Vicenzo – Oh che caro Titta Nane! Aveu paura de no vederla la vostra novizza?

Titta – Se savessi! Muoro de voggia.

Fortunato – Parò Izenzo (parla presto, e chiama paron Vicenzo).

Vicenzo – Coss’è, paron Fortunato?

Fortunato – Questo xe otto pesse. Quato cai foggi, do cai baboni, sie, sie, sie boseghe, e un cao baccole.

Vicenzo – Cossa?

Fortunato – E un cao baccole.

Vicenzo – No v’intendo miga.

Fortunato – No intendé? Quattro cai de sfoggi, do cai de barboni, sie boseghe, e un cao de baraccole.

Vicenzo – (El parla in t’una certa maniera…)

Fortunato – Mandè a casa e pesse, vegniò po mi a to i bezzi.

Vicenzo – Missier sí, co volè i vostri bezzi, vegní, che i sarà parecchiai.

Fortunato – Na pesa abacco.

Vicenzo – Come?

Fortunato – Tabacco, tabacco.

Vicenzo – Ho capío. Volentiera (gli dà tabacco).

Fortunato – Ho perso a scattoa in mare, e in tartana gh’é puochi e to tabacco. A Senegaggia e n’ho comprao un puoco; ma no xe e nostro da Chioza. Tabacco, tabacco de Senegaggia, e tabacco e pare balini chioppo.

Vicenzo – Compatime, paron Fortunato, mi no v’intendo una maledetta.

Fortunato – Oh bella, bella, bella! no intendè? Bella! no parlo mia foeto, parlo chiozzotto, parlo.

Vicenzo – Ho capío. A revéderse, paron Fortunato.

Fortunato – Sioía, paò Izenzo.

Vicenzo – Schiavo, Titta Nane.

Titta – Paron, ve saludo.

Vicenzo – Putti, andemo. Porté quel pesse con mi. (Mo caro quel paron Fortunato! El parla che el consola) ( parte).

SCENA VIII

Fortunato e Titta Nane.

Titta – Voleu che andemo, paron Fortunato?

Fortunato – Peté.

Titta – Cossa voleu che aspettemo?

Fortunato – Peté.

Titta – Peté, peté, cossa ghe xe da aspettare?

Fortunato – I ha a potare i terra de atro pesse, e de a faína. Peté.

Titta – Petèmo (caricandolo).

Fortunato – Coss’è to bulare? Coss’è to ciare, coss’è to zigare?

Titta – Oh! tasè, paron Fortunato. Xe qua vostra muggiere co so sorela Orsetta e co so sorela Checchina.

Fortunato – Oh oh, mia muggiere, mia muggiere! (con allegria).

SCENA IX

Libera, Orsetta, Checca e detti.

Libera – Paron, cossa feu che no vegní a casa? (a Fortunato)

Fortunato – Apetto e pesse, apetto. Ossa fatu, muggiere? Tatu ben, muggiere?

Libera – Stago ben, fio: e vu steu ben?

Fortunato – Tago ben, tago. Cugnà, saudo; saudo, Checca, saudo (saluta).

Orsetta – Sioria, cugnà.

Checca – Cugnà, bondí sioria.

Orsetta – Sior Titta Nane, gnanca?

Titta – Patrone.

Checca – Sté molto ala larga, sior. Cossa gh’aveu paura? Che Lucietta ve diga roba?

Titta – Cossa fala Lucietta? Stala ben?

Orsetta – Eh! la sta ben si, quella cara zoggia.

Titta – Coss’è, no sè piú amighe?

Orsetta – Oh! e come che semo amighe (ironico).

Checca – La ne vôl tanto ben! (con ironia)

Libera – Via, putte, tasè. Avemo donà tutto; avemo dito de no parlare, e no voggio che le possa dire de madesí, e de qua, de là, che vegnimo a pettegolare.

Fortunato – Oe, muggiere, ho portao de a faína da sottovento, de a faína e sogo tucco, e faemo a poenta, faemo.

Libera – Bravo! avé portà della farina de sorgo turco? Gh’ho ben a caro dasseno.

Fortunato – E ho portao…

Titta – Vorave che me disessi… (a Libera)

Fortunato – Lassè parlare i omeni, lassè parlare (a Titta).

Titta – Caro vu, quieteve un pochetto (a Fortunato). Vorave che me disessi cossa ghe xe stà con Lucietta.

Libera – Gnente (con malizia).

Titta – Gnente?

Orsetta – Gnente via gnente (urtando Libera).

Checca – Xe meggio cussí, gnente (urtando Orsetta).

Fortunato – Oe putti, potè in terra e sacco faína (verso la tartana).

Titta – Mo via, care creature, se gh’é stà qualcossa, disèlo. Mi no voggio che siè nemighe. So che vu altre sè bona zente. So che anca Lucietta la xe una perla.

Libera – Oh caro!

Orsetta – Oh che perla!

Checca – Oh co palicaria!

Titta – Cossa podeu dire de quela putta?

Orsetta – Gnente.

Checca – Domandeghelo a Marmottina.

Titta – Chi elo sto Marmottina?

Libera – Mo via, putte, tasè. Cossa diavolo gh’aveu che no ve podè tasentare?

Titta – E chi elo sto Marmottina?

Orsetta – No lo cognossè Toffolo Marmottina?

Checca – Quel battelante, no lo cognossè?

Scendono di tartana col pesce e un sacco.
Fortunato – Andemo, andemo, el pesse e a faína (a Titta).

Titta – Eh! sia maledetto! (a Fortunato). Cossa gh’íntrelo con Lucietta?

Checca – El se ghe senta darente.

Orsetta – El vol imparare a laorare a mazzette.

Checca – El ghe page la zucca barucca.

Libera – E po sto balon, per cause soa, el ne strapazza.

Titta – Mo, me la disè ben grandonazza!

Fortunato – A casa, a casa, a casa (alle donne).

Libera – Oe, el n’ha manazzà fina (a Titta Nane).

Checca – El m’ha dito puinetta.

Orsetta – Tutto per causa de la vostra perla.

Titta – Dov’èlo? Dove stalo? dove zírelo? Dove lo poderavio trovare? (affannoso).

Orsetta – Oe, el sta de casa in cale de la Corona, sotto el sottoportego in fondi per sboccar in canale.

Libera – El sta in casa co bara Trígolo.

Checca – E el battelo el lo gh’ha in rio de Palazzo, in fazza a la pescaria, arente al battelo de Checco Bodolo.

Titta – A mi; lassé far a mi: se lo trovo, lo taggio in fette co fa l’asiao.

Checca – Eh! se lo volè trovare, lo troverè da Lucietta.

Titta – Da Lucietta?

Orsetta – Sí, dalla vostra novizza.

Titta – No, no la xe piú la mia novizza. La voggio lassare, la voggio impiantare; e quel galiotto de Marmottina, sangue de diana, che lo voggio scanare (parte).

Fortunato – Anemo, a casa ve digo; andemo a casa, andemo.

Libera – Sí, andemo, burattaora, andemo.

Fortunato – Cossa seu egnue a dire? Cossa seu egnue a fare? Cossa seu egnue a tegolare? A fare precipitare, a fare? Mae e diana! Se nasse gnente, gnente se nasse, e oggio maccare el muso, e oggio maccare, e oggio fae stae in letto, e oggio: in letto, in letto, maleetonazze, in letto (parte).

Libera – Tolè suso! Anca mio mario me manazza. Per cause de vu altre pettazze, me tocca sempre a tiore de mezzo a mi, me tocca. Mo cossa diavolo seu? Mo che lengua gh’aveu? Avè promesso de no parlare, e po vegní a dire, e po vegní a fare. Mare de tròccolo, che me volè far desperare (parte).

Orsetta – Sentistu?

Checca – Oe! cossa gh’astu paura?

Orsetta – Mi? gnente.

Checca – Se Lucietta perderà el novizzo, so danno.

Orsetta – Mi lo gh’ho intanto.

Checca – E mi me lo saverò trovare.

Orsetta – Oh che spasemi!

Checca – Oh che travaggi!

Orsetta – Gnanca in mente!

Checca – Gnanca in ti busi del naso!

Partono.

SCENA X

Strada con casa, come nella prima scena.

Toffolo, poi Beppo.
Toffolo – Sí ben, ho fatto male; ho fatto male, ho fatto male. Co Lucietta no me ne doveva impazzare. La xe novizza; co ela no me n’ho da impazzare. Checca xe ancora donzela: un de sti zorni i la metterà in donzelon, e co ela posso fare l’amore. La se n’ha avuo per male. La gh’ha rason, se la se n’ha avuo per male. Xe segno che la me vol ben, xe segno. Se la podesse vedè almanco! Se ghe podesse un puoco parlare, la voria pasentare. Xe vegnú paron Fortunato: sí ben che no la gh’ha el donzelon, ghe la poderia domandare. La porta xe serada; no so se i ghe sia in casa, o se no i ghe sia in casa (si accosta alla casa).

Beppo – Velo qua quel furbazzo! (uscendo dalla sua casa).

Toffolo – Se podesse, vorave un puoco spionare (si accosta di piú).

Beppo – Olà! olà! sior Marmottina.

Toffolo – Coss’è sto Marmottina?

Beppo – Cavete.

Toffolo – Vara, chiòe! Cavete! Coss’è sto cavete?

Beppo – Vustu ziogare che te dago tante peae, quante che ti te ghe ne può portare?

Toffolo – Che impazzo ve daghio?

Beppo – Cossa fastu qua?

Toffolo – Fazzo quel che voggio, fazzo.

Beppo – E mi qua no voggio che ti ghe staghe.

Toffolo – E mi ghe voggio mo stare. Ghe voggio stare, ghe voggio.

Beppo – Va via, te digo.

Toffolo – Made.

Beppo – Va via, che te dago una sberla.

Toffolo – Mare de diana, ve trarò una pierada (raccoglie delle pietre).

Beppo – A mi, galiotto? (mette mano a un coltello).

Toffolo – Lasseme stare, lasseme.

Beppo – Cavete, te digo.

Toffolo – No me voggio cavare gnente, no me voggio cavare.

Beppo – Va via, che te sbuso.

Toffolo – Sta da lonzi, che te spacco la testa (con un sasso).

Beppo – Tíreme, se ti gh’ha cuor.

Toffolo tira dei sassi, e Beppo tenta cacciarsi sotto.

SCENA XI

Paron Toni esce di casa, poi rientra, e subito torna a sortire; poi Pasqua e Lucietta, e detti.

Toni – Cossa xe sta cagnara? (Toffolo tira un sasso a paron Toni). Agiuto; i m’ha dà una pierà. Aspetta, galiotto, che vôi che ti me la paghe (entra in casa).

Toffolo – Mi no fazzo gnente a nissun, no fazzo. Cossa me vegniu a insolentare? (prendendo sassi).

Beppo – Metti zo quelle piere.

Toffolo – Metti via quel cortelo.

Toni – Via, che te taggio a tocchi (sorte con un pistolese).

Pasqua – Paron, fermeve (trattenendo paron Toni).

Lucietta – Fradei, fermeve (trattenendo paron Toni).

Beppo – Lo volemo mazzare.

Lucietta – Via, strambazzo, fermete (trattiene Beppo).

Toffolo – Stè in drio, che ve coppo (minacciando coi sassi).

Lucietta – Zente! (gridando).

Pasqua – Creature! (gridando).

SCENA XII

Paron Fortunato, Libera, Orsetta, Checca. Uomini che portano pesce e farina, ed i suddetti.

Fortunato – Com’ela? Com’ela? Forti, forti, com’ela?

Orsetta – Oe! custion.

Checca – Custion? poveretta mi! (corre in casa).

Libera – Inspiritai, fermeve.

Beppo – Per causa vostra (alle donne).

Orsetta – Chi? Cossa?

Libera – Me maraveggio de sto parlare.

Lucietta – Sí, sí, vu altre tegní tenzon.

Pasqua – Sí, sí, vu altre sè zente da precipitare.

Orsetta – Sentí che sproposità!

Libera – Sentí che lengue!

Beppo – Ve lo mazzerò su la porta.

Orsetta – Chi?

Beppo – Quel furbazzo de Marmottina.

Toffolo – Via, che mi no son Marmottina (tira de’ sassi).

Pasqua – Paron, in casa (spingendo Toni).

Lucietta – In casa, fradelo, in casa (spingendo Beppo).

Toni – Sté ferma.

Pasqua – In casa, ve digo, in casa (lo fa entrare in casa con lei).

Beppo – Lasseme stare (a Lucietta).

Lucietta – Va drento, te digo, matto; va drento (lo fa entrare con lei).

Serrano la porta.
Toffolo – Baroni, sassini, vegní fuora se gh’avè coraggio.

Orsetta – Va in malora (a Toffolo).

Libera – Vatte a far squartare (lo spinge via).

Toffolo – Coss’è sto spenzere? Cossa xe sto parlare?

Fortunato – Va ia, va ia, che debotto, se te metto e ma a torno, te fazzo egní fuora e buele pe a bocca.

Toffolo – Ve porto respetto, ve porto, perché sè vècchio, e perché sè cugnà de Checchina. Ma sti baroni, sti cani, sangue di diana, me l’ha da pagare (verso la porta di Toni).

SCENA XIII

Titta Nane con pistolese, e detti.

Titta – Vàrdete, che te sbuso (contro Toffolo, battendo il pistolese per terra).

Toffolo – Agiuto! (si tira alla porta).

Fortunato – Saldi. Fermève (lo ferma).

Libera – No fe!

Orsetta – Tegnilo.

Titta – Lasseme andare, lasseme (si sforza contro Toffolo).

Toffolo – Agiuto! (dà nella porta che si apre, e cade dentro).

Fortunato – Titta Nane, Titta Nane, Titta Nane (tenendolo e tirandolo).

Libera – Menèlo in casa, menèlo (a Fortunato).

Titta – No ghe voggio vegnire (sforzandosi).

Fortunato – Ti gh’ha ben da egnire (lo tira in casa per forza).

Libera – Oh che tremazzo!

Orsetta – Oh che batticuore!

Pasqua – (cacciando di casa Toffolo) Va via de qua.

Lucietta – (cacciando Toffolo) Va in malora.

Pasqua – Scarcavalo (via).

Lucietta – Scavezzacolo (via, e serra la porta).

Toffolo – Cossa diseu, creature? (a Libera, Orsetta e Checca).

Libera – To danno (via).

Orsetta – Magari pezo (via).

Toffolo – Sangue de diana, che li vôi querelare (parte).

ATTO SECONDO

SCENA I

Cancelleria Criminale.

Isidoro al tavolino scrivendo, poi Toffolo, poi il comandadore.

Isidoro sta scrivendo.

Toffolo – Lustrissimo siò canciliere.

Isidoro – Mi no son el cancelier; son el cogitor.

Toffolo – Lustrissimo siò cogitore.

Isidoro – Cossa vustu?

Toffolo – L’abbia da savere che un baron, lustrissimo, m’ha fatto impazzo, e el m’ha manazao col cortelo, e el me voleva dare, e po dopo xe vegnú un’altra canaggia, lustrissimo…

Isidoro – Siestu maledetto! Lassa star quel lustrissimo.

Toffolo – Mo no, siò cogitore, la me staga a sentire, e cussí, comuodo ch’a ghe diseva, mi no ghe fazzo gnente, e i m’ha dito che i me vol amazzare.

Isidoro – Vien qua; aspetta (prende un foglio per scrivere).

Toffolo – So qua, lustrissimo. (Maledii! I me la gh’ha da pagare).

Isidoro – Chi estu ti?

Toffolo – So battelante, lustrissimo.

Isidoro – Cossa gh’astu nome?

Toffolo – Toffolo.

Isidoro – El cognome?

Toffolo – Zavatta.

Isidoro – Ah! no ti xe scarpa, ti xe zavata.

Toffolo – Zavata, lustrissimo.

Isidoro – Da dove xestu?

Toffolo – So chiozzotto, da Chiozza.

Isidoro – Astu padre?

Toffolo – Mio pare, lustrissimo, el xe morto in mare.

Isidoro – Cossa gh’avevelo nome?

Toffolo – Toni Zavatta, Baracucco.

Isidoro – E ti gh’astu nissun soranome?

Toffolo – Mi no, lustrissimo.

Isidoro – Xe impossibile che no ti gh’abbi anca ti el to soranome.

Toffolo – Che soranome vuolla che gh’abbia?

Isidoro – Dime, caro ti, no xestu stà ancora, me par, in canceleria?

Toffolo – Siò sí, una volta me son vegnú a esaminare.

Isidoro – Me par, se no m’ingano, d’averte fatto citar col nome de Toffolo Marmottina.

Toffolo – Mi so Zavatta, no so Marmottina. Chi m’ha messo sto nome, xe stao una carogna, lustrissimo.

Isidoro – Debotto te dago un lustrissimo sula copa.

Toffolo – L’abbia la bontà de compatire.

Isidoro – Chi xe quei che t’ha manazzà?

Toffolo – Paron Toni Canestro, e so fradello, Beppe Cospettoni, e po dopo Titta Nane Moletto.

Isidoro – Gh’aveveli arme?

Toffolo – Mare de diana se i ghe n’aveva! Beppo Cospettoni gh’aveva un cortelo da pescaore. Paron Toni xe vegnuo fuora con un spadon da taggiare la testa al toro, e Titta Nane gh’aveva una sguèa de quele che i tien sotto poppe in tartana.

Isidoro – T’hai dà? T’hai ferío?

Toffolo – Made. I m’ha fatto paura.

Isidoro – Per cossa t’hai manazzà? Per cossa te voleveli dar?

Toffolo – Per gnente.

Isidoro – Aveu crià? Ghe xe stà parole?

Toffolo – Mi no gh’ho dito gnente.

Isidoro – Xestu scampà? T’astu defeso? Come xela fenía?

Toffolo – Mi so stà là… cussí… Fradei, digo, se me volè mazzare, mazzème, digo.

Isidoro – Ma come xela fenía?

Toffolo – Xe arrivao delle buone creature, e i li ha fatti desmettere, e i m’ha salvao la vita.

Isidoro – Chi xe stà ste creature?

Toffolo – Paron Fortunato Cavicchio, e so muggiere donna Libera Galozzo, e so cugnà Orsetta Meggiotto, e un’altra so cugnà Checca Puinetta.

Isidoro – (Sí sí, le cognosso tutte custíe. Checca tra le altre xe un bon tocchetto) (scrive). Ghe giera altri presenti?

Toffolo – Ghe giera donna Pasqua Fersora e Lucietta Panchiana.

Isidoro – (Oh! anca queste so chi le xe) (scrive). Gh’astu altro da dir?

Toffolo – Mi no, lustrissimo.

Isidoro – Fastu nissuna istanza alla giustizia?

Toffolo – De cossa?

Isidoro – Domandistu che i sia condanai in gnente?

Toffolo – Lustrissimo sí.

Isidoro – In cossa?

Toffolo – In galía, lustrissimo.

Isidoro – Ti sule forche, pezzo de aseno.

Toffolo – Mi, sior? Per cossa?

Isidoro – Via, via, pampalugo. Basta cussí, ho inteso tutto (scrive in un piccolo foglio).

Toffolo – (No vorave che i me vegnisse anca lori a querelare, perché gh’ho tratto delle pierae. Ma che i vegna pure; mi so stà el primo a vegnire, e chi è ‘l primo, porta via la bandiera).

Isidoro suona il campanello.
Comandadore – Lustríssimo.

Isidoro – Andè a citar sti testimoni (s’alza).

Comandadore – Lustrissimo sí, la sarà servida.

Toffolo – Lustrissimo, me raccomando.

Isidoro – Bondí, Marmottina.

Toffolo – Zavatta, per servirla.

Isidoro – Sí, zavatta, senza siola, senza tomera, senza sesto, e senza modelo (parte).

Toffolo – El me vol ben el siò cogitore (al comandadore, ridendo).

Comandadore – Sí, me n’accorzo. Xeli per vu sti testimoni?

Toffolo – Siò sí, siò comandadore.

Comandadore – Ve preme che i sia citai?

Toffolo – Me preme seguro, siò comandadore?

Comandadore – Me paghereu da bever?

Toffolo – Volentiera, siò comandadore.

Comandadore – Ma mi no so miga dove che i staga.

Toffolo – Ve l’insegnerò mi, siò comandadore.

Comandadore – Bravo, sior Marmottina.

Toffolo – Sieu maledetto, siò comandadore.

Partono.

SCENA II

Strada, come nella prima scena dell’atto primo.

Pasqua e Lucietta escono dalla loro casa, portando le loro sedie di paglia, i loro scagni e i loro cuscini, e siedono, e si mettono a lavorare merletti.
Lucietta – Ale mo fatto una bella cossa quele pettazze? Andare a dire a Titta Nane che Marmottina m’è vegnú a parlare?

Pasqua – E ti astu fatto ben a dire ai to fradei quelo che ti gh’ha dito?

Lucietta – E vu, siora? No avè dito gnente, siora?

Pasqua – Sí ben; ho parlà anca mi, e ho fatto mal a parlare.

Lucietta – Malignazo! Aveva zurà anca mi de no dire.

Pasqua – La xe cussí, cugnà, credeme, la xe cussí. Nu altre femene, se no parlemo, crepemo.

Lucietta – Oe; no voleva parlare, e no m’ho podesto tegnire. Me vegniva la parole ala bocca, procurava a inghiottire, e me soffegava. Da una recchia i me diseva: tasi; da quel’altra i diseva: parla. Oe, ho serà la recchia del tasi, e ho slargà la recchia del parla; e ho parlà fina che ho podesto.

Pasqua – Me despiase che i nostri omeni i ha avuo da precipitare.

Lucietta – Eh! gnente. Toffolo xe un martuffo; no sarà gnente.

Pasqua – Beppe vol licenziar Orsetta.

Lucietta – Ben! El ghe ne troverà un’altra; a Chiozza no gh’è carestia de putte.

Pasqua – No, no; de quarantamile aneme che semo, mi credo che ghe ne sia trentamile de donne.

Lucietta – E quante che ghe ne xe da maridare!

Pasqua – Per questo, vedistu? me despiase che, se Titta Nane te lassa, ti stenterà a trovarghene un altro.

Lucietta – Cossa gh’oggio fatto mi a Titta Nane?

Pasqua – Gnente non ti gh’ha fatto; ma quele pettegole l’ha messo suso.

Lucietta – Se el me volesse ben, nol ghe crederave.

Pasqua – No sastu che el xe zeloso?

Lucietta – De cossa? No se può gnanca parlare? No se può ridere? No se se può devertire? I omeni i stà diese mesi in mare; e nu altre avemo da star qua muffe muffe a tambascare co ste malignaze mazzocche?

Pasqua – Oe, tasi, tasi; el xe qua Titta Nane.

Lucietta – Oh! el gh’ha la smara. Me n’accorzo, col gh’ha la smara.

Pasqua – No ghe star a fare el muson.

Lucietta – Se el me lo farà elo, ghe lo farò anca mi.

Pasqua – Ghe vustu ben?

Lucietta – Mi sí.

Pasqua – Molighe, se ti ghe vol ben.

Lucietta – Mi no, varè.

Pasqua – Mo via, no buttare testarda.

Lucietta – Oh! piuttosto crepare.

Pasqua – Mo che putta morgnona!

SCENA III

Titta Nane e dette.

Titta – (La voria licenziare; ma no so come fare).

Pasqua – (Vardelo un poco) (a Lucietta).

Lucietta – (Eh! che ho da vardare il mio merlo mi, ho da vardare) (a Pasqua).

Pasqua – (Ghe pesterave la testa su quel balon!).

Titta – (No la me varda gnanca. No la me gh’ha gnanca in mente).

Pasqua – Sioria, Titta Nane.

Titta – Sioria.

Pasqua – (Saludilo) (a Lucietta).

Lucietta – (Figureve, se voggio esse la prima mi!) (a Pasqua).

Titta – Gran premura de laorare!

Pasqua – Cossa diseu? Semio donne de garbo, fio?

Titta – Sí, sí, co se puol, se fa ben a spessegare, perché co vien dei zoveni a sentarse arente, no se puol laorare.

Lucietta tossisce con caricatura.
Pasqua – (Molighe) (a Lucietta).

Lucietta – (Made).

Titta – Donna Pasqua, ve piase la zucca barucca?

Pasqua – Varè vedè! Per cossa me lo domandeu?

Titta – Perché gh’ho la bocca.

Lucietta sputa forte.
Titta – Gran catero, patrona!

Lucietta – La zucca me fa spuare (lavorando senza alzar gli occhi).

Titta – Cussí v’avessela soffegà (con isdegno).

Lucietta – Possa crepare chi me vuol male (come sopra).

Titta – (Orsú, l’ho dita, e la voggio fare). Donna Pasqua, parlo co vu, che sè donna. A vu v’ho domandà vostra cugnà Lucietta, e a vu ve digo che la licenzio.

Pasqua – Varè che sesti! Per cossa?

Titta – Per cossa, per cossa!…

Lucietta s’alza per andar via.
Pasqua – Dove vastu?

Lucietta – Dove che voggio (va in casa, e a suo tempo ritorna).

Pasqua – No stè a badare ai pettegolezzi (a Titta).

Titta – So tutto, e me maraveggio de vu, e me maraveggio de ela.

Pasqua – Mo se la ve vol tanto ben!

Titta – Se la me volesse ben, no la me voltarave le spale.

Pasqua – Poverazza! La sarà andada a pianzere, la sarà andada.

Titta – Per chi a pianger? Per Marmottina?

Pasqua – Mo no, Titta Nane, mo no, che la ve vol tanto ben! che co la ve vede andar in mare, ghe vien l’angossa. Co vien suso dei temporali, la xe mezza matta; la se stremisse per causa vostra. La se leva suso la notte, la va al balcon a vardar el tempo. La ve xe persa drio, no la varda per altri occhi che per i vostri.

Titta – E perché mo no dirme gnanca una bona parola?

Pasqua – No la puol; la gh’ha paura; la xe propriamente ingropà.

Titta – No gh’ho rason fursi de lamentarme de ela?

Pasqua – Ve conterò mi, come che la xe stà.

Titta – Sior no; vôi che ela mel diga, e che la confessa, e che la me domanda perdon.

Pasqua – Ghe perdonareu?

Titta – Chi sa? Poderave esser de sí. Dove xela andà?

Pasqua – Vela qua, vela qua che la vien.

Lucietta – Tolè, sior, le vostre scarpe, le vostre cordele, e la vostra zendalina che m’avé dà (getta tutto in terra).

Pasqua – Oh poveretta mi! Xestu matta? (raccoglie la roba, e la mette sulla seggiola).

Titta – A mi sto affronto?

Lucietta – No m’aveu licenzià? Tolè la vostra robba, e pettevela.

Titta – Se parlerè co Marmottina, lo mazzerò.

Lucietta – Oh viva diana! M’avè licenzià, e me voressi anca mo comandare?

Titta – V’ho licenzià per colú, v’ho licenzià.

Pasqua – Me maraveggio anca, che credié che Lucietta se voggia taccare con quel squartao.

Lucietta – So brutta, so poveretta, so tutto quel che volè, ma gnanca co un battelante no me ghe tacco.

Titta – Per cossa ve lo feu sentar arente? Per cossa toleu la zucca barucca?

Lucietta – Varè che casi!

Pasqua – Varè che gran criminali!

Titta – Mi, co fazzo l’amore, no voggio che nissun possa dire. E la voggio cussí, la voggio. Mare de diana! A Titta Nane nissun ghe l’ha fatta tegnire. Nissun ghe la farà portare.

Lucietta – Varè là, che spuzzetta! (si asciuga gli occhi).

Titta – Mi so omo, saveu? so omo. E no so un putelo, saveu?

Lucietta piange, mostrando di non voler piangere.
Pasqua – Cossa gh’astu? (a Lucietta).

Lucietta – Gnente (piangendo dà una spinta a donna Pasqua).

Pasqua – Ti pianzi?

Lucietta – Da rabbia, da rabbia, che lo scanerave cole mie man.

Titta – Via, digo! Cossa xe sto fiffare? (accostandosi a Lucietta).

Lucietta – Andè in malora.

Titta – Sentíu, siora? (a donna Pasqua).

Pasqua – Mo no gh’ala rason? Se sè pezo d’un can.

Titta – Voleu ziogare che me vago a trar in canale?

Pasqua – Via, matto!

Lucietta – Lassè che el vaga, lassè (come sopra, piangendo).

Pasqua – Via, frascona!

Titta – Gh’ho volesto ben, gh’ho volesto (intenerendosi).

Pasqua – E adesso no piú? (a Titta).

Titta – Cossa voleu? Se no la me vuole.

Pasqua – Cossa distu, Lucietta?

Lucietta – Lassème stare, lassème.

Pasqua – Tiò le to scarpe, tiò la to cordela, tiò la to zendalina (a Lucietta).

Lucietta – No voggio gnente, no voggio.

Pasqua – Vien qua, senti (a Lucietta).

Lucietta – Lassème stare.

Pasqua – Dighe una parole.

Lucietta – No.

Pasqua – Vegní qua, Titta Nane.

Titta – Made.

Pasqua – Mo via (a Titta).

Titta – No voggio.

Pasqua – Debotto ve mando tutti do a far squartare.

SCENA IV

Il comandadore e detti.

Comandadore – Seu vu donna Pasqua, muggier de paron Toni Canestro? (a Pasqua).

Pasqua – Missiersí, cossa comandeu?

Comandadore – E quela xela Lucietta, sorela de paron Toni? (a Pasqua).

Pasqua – Sior sí; cossa voressi da ela?

Lucietta – (Oh poveretta mi! Cossa vuorlo el comandadore?)

Comandadore – Ve cito per ordine de chi comanda, che andè subito a Palazzo in cancelaria a esaminarve.

Pasqua – Per cossa?

Comandadore – Mi no so altro. Andè e obbedí, pena diese ducati, se no gh’andè.

Pasqua – (Per la custion) (a Lucietta).

Lucietta – (Oh! mi no ghe voggio andare).

Pasqua – (Oh! bisognerà ben che gh’andemo).

Comandadore – Xela quela la casa de paron Vicenzo? (a Pasqua).

Pasqua – Sior sí, quela.

Comandadore – No occorr’altro. La porta xe averta, anderò de suso (entra in casa).

SCENA V

Pasqua, Lucietta e Titta Nane.

Pasqua – Aveu sentío, Titta Nane?

Titta – Ho sentío. Quel furbazzo de Marmottina m’averà querelao. Bisogna che me vaghe a retirare.

Pasqua – E mio mario?

Lucietta – E i mi fradeli?

Pasqua – Oh poverette nu! Va là, va ala riva, va a vede, se ti li catti, vali a avisare. Mi anderò a cercare paron Vicenzo e mio compare Dottore, anderò dala Lustrissima, anderò da sior Cavaliere. Poveretta mi, la mia roba, el mio oro, la mia povera ca, la mia povera ca! (parte).

SCENA VI

Lucietta e Titta Nane.

Titta – Vedeu, siora? Per causa vostra.

Lucietta – Mi? Coss’oggio fatto? Per causa mia?

Titta – Perché no gh’avé giudicio; perché sé una frasca.

Lucietta – Va in malora, strambazzo.

Titta – Anderò via bandío, ti sarà contenta.

Lucietta – Bandío ti anderà? Viè qua. Per cossa bandío?

Titta – Ma se ho d’andare, se i m’ha da bandire, Marmottina lo vôi mazzare.

Lucietta – Xestu matto?

Titta – E ti, e ti, ti me l’ha da pagare (a Lucietta, minacciandola).

Lucietta – Mi? Che colpa ghe n’oggio?

Titta – Vàrdete da un desperao, vàrdete.

Lucietta – Oe, oe, vien el comandadore.

Titta – Poveretto mi! Presto, che no i me vede, che no i me fazze chiapare (parte).

Lucietta – Can, sassin, el va via, el me manazza. Xelo questo el ben che el me vuole? Mo che omeni! Mo che zente! No, no me voggio piú maridare. Piú tosto me voggio andar a negare (parte).

SCENA VII

Il comandadore di casa ecc. e paron Fortunato.

Comandadore – Mo, caro paron Fortunato, s omo, savè cossa che xe ste cosse.

Fortunato – Mi a suso no e so mai stao, a suso. Cancelaía mai stao mi, cancelaía.

Comandadore – No ghe sè mai stà in cancelaria?

Fortunato – Siò no, siò no, so mai stao.

Comandadore – Un’altra volta no dirè piú cussí.

Fortunato – E pe cossa gh’ha a andà mia muggiere?

Comandadore – Per esaminarse.

Fortunato – Le cugnae anca?

Comandadore – Anca ele.

Fortunato – Anca e putte a andare? E putte, anca e putte?

Comandadore – No vale co so sorella maridada? Cossa gh’ale paura?

Fortunato – E pianse, e ha paura, no le vuò andare.

Comandadore – Se no le gh’anderà, sarà pezo per ele. Mi ho fatto el mio debito. Farò la riferta che sè citai, e pensèghe vu (parte).

Fortunato – Bisogna andare, bisogna; bisogna andare, muggiere. Muggiere, mettite el ninzoletto, muggiere. Cugnà Orsetta, e ninzoetto. Cugnà Checca, e ninzoetto. Bisogna andare (forte verso la scena). Bisogna, bisogna andare. Maledío e baruffe, i baroni furbazzi. Via pétto, trighève, cossa feu? Donne, femene: maledío, maledío, pétto. Ve vegnio a petubare, ve vegnio a petubare (entra in casa).

SCENA VIII

Cancelleria

Isidoro e paron Vicenzo.
Vicenzo – La vede, lustrissimo, la xe una cossa da gnente.

Isidoro – Mi no ve digo che la sia una gran cossa. Ma ghe xe l’indolenza, ghe xe la nomina dei testimoni, xe incoà el processo: la giustizia ha d’aver el so logo.

Vicenzo – Crédela mo, lustrissimo, che colú che xe vegnú a querelare, sia innocente? L’ha tratto anca elo de le pierae.

Isidoro – Tanto meggio. Co la formazion del processo rileveremo la verità.

Vicenzo – La diga, lustrissimo: no la se poderave giustare?

Isidoro – Ve dirò: se ghe fusse la pase de chi xe offeso, salve le spese del processo, la se poderave giustar.

Vicenzo – Via, lustrissimo; la me cognosse, so qua mi, la me varda mi.

Isidoro – Ve dirò, paron Vicenzo. V’ho dito che la se poderave giustar; perché fin adesso dal costituto dell’indolente no ghe xe gran cosse. Ma no so quel che possa dir i testimoni; e almanco ghe ne vôi esaminar qualchedun. Se no ghe sarà de le cosse di piú; che no ghe sia ruze vecchie, che la baruffa no sia stada premeditada, che no ghe sia prepotenze, pregiudizi del terzo, o cosse da sta natura, mi anzi darò man a l’aggiustamento. Ma mi per altro no vôi arbitrar. Son cogitor, e no son cancelier, e ho da render conto al mio principal. El cancelier xe a Venezia; da un momento all’altro el s’aspetta. El vederà el processetto; ghe parleré vu, ghe parlerò anca mi; a mi utile no me ne vien, e no ghe ne voggio. Son galantomo, me interesso volentiera per tutti; se poderò farve del ben, ve farò del ben.

Vicenzo – Ela parla da quel signor che la xe; e mi so quel che averò da fare.

Isidoro – Per mi, ve digo, no voggio gnente.

Vicenzo – Via, un pesse, un bel pesse.

Isidoro – Oh! fina un pesse, sí ben. Perché gh’ho la tola, ma anca a mi me piase far le mie regolette.

Vicenzo – Eh! lo so che siò cogitore el xe de bon gusto, siò cogitore.

Isidoro – Cossa voleu far? Se laora; bisogna anca devertirse.

Vicenzo – E ghe piase i ninzoletti a siò cogitore.

Isidoro – Orsú, bisogna che vada a spedir un omo. Stè qua. Se vien sta zente, disèghe che adesso torno. Disèghe ale donne, che le vegna a esaminarse, che no le gh’abbia paura, che son bon con tutti, e co le donne son una pasta de marzapan (parte).

SCENA IX

Vicenzo solo.

Vicenzo – Siò sí, el xe un galantomo; ma in casa mia nol ghe bazzega. Dale mie donne nol vien a far careghetta. Sti siori dalla perucca co nu altri pescaori no i ghe sta ben. Oh per diana! Vele qua che le se viè a esaminare. Aveva paura che no le ghe volesse vegnire. Le gh’ha un omo con ele. Ah! sí, el xe paron Fortunato. Vegní, vegní, creature, che no gh’è nissun.

SCENA X

Pasqua, Lucietta, Libera, Orsetta, Checca, tutte in ninzoletto. Paron Fortunato ed il suddetto.

Checca – Dove semio?

Orsetta – Dove andemio?

Libera – Oh poveretta mi! No ghe so mai vegnua in sto liogo.

Fortunato – Parò Izenzo, sioria, parò Izenzo (saluta paron Vicenzo).

Vicenzo – Paron Fortunato (salutandolo).

Lucietta – Me trema le gambe, me trema.

Pasqua – E mi? Oh che spasemo che me sento!

Fortunato – Doe xelo e siò canceliere? (a Vicenzo).

Vicenzo – Nol ghe xe; el xe a Venezia el sior canceliere. Vegnirà a esaminare el siò cogitore.

Libera – (Oe, el cogitore!) (a Orsetta urtandola, facendo vedere che lo conoscono molto).

Orsetta – (Oe, quel lustrissimo inspiritao) (a Checca, urtandola e ridendo).

Pasqua – (Astu sentío? Ne esaminerà el cogitore) (a Lucietta, con piacere).

Lucietta – (Oh! gh’ho da caro. Almanco lo cognossemo) (a Pasqua).

Pasqua – (Sí, el xe bonazzo) (a Lucietta).

Lucietta – (V’arecordeu che l’ha comprà da nu sie brazza de merlo da trenta soldi, e el ne l’ha pagà tre lire?) (a Pasqua).

SCENA XI

Isidoro e detti.

Isidoro – Cossa feu qua?

Tutte le donne – Lustrissimo, lustrissimo.

Isidoro – Cossa voleu? Che ve esamina tutte in t’una volta? Andé in sala, aspetté; ve chiamerò una alla volta.

Pasqua – Prima nu.

Lucietta – Prima nu.

Orsetta – Semo vegnue prima nu.

Isidoro – Mi no fazzo torto a nissun: ve chiamerò per ordene, come che troverò i nomi scritti in processo. Checca xe la prima. Che Checca resta, e vu altre andè fora.

Pasqua – Mo za, seguro, la xe zovenetta (parte).

Lucietta – No basta miga. Bisogna essere fortunae (parte).

Isidoro – (Gran donne! Le vol dir certo. Le vol dir, se le credesse de dir la verità).

Fortunato – Andemo fuoa, andemo fuoa, andemo (parte).

Orsetta – Oe, siò cogitore: no la ne fazza star qua tre ore, che gh’avemo da fare, gh’avemo (parte).

Isidoro – Sí, sí, ve destrigherò presto.

Libera – Oe, ghe la raccomando, salo? El varda ben che la xe una povera innocente (ad Isidoro).

Isidoro – In sti loghi no ghe xe pericolo de ste cosse.

Libera – (El xe tanto ingalbanío, che me fido puoco) (parte).

SCENA XII

Isidoro e Checca, poi il comandadore.

Isidoro – Vegní qua, fia, sentève qua (siede).

Checca – Eh! sior no, stago ben in piè.

Isidoro – Sentève, no ve voggio veder in piè.

Checca – Quel che la comanda (siede).

Isidoro – Cossa gh’aveu nome?

Checca – Gh’ho nome Checca.

Isidoro – El cognome?

Checca – Schiantina.

Isidoro – Gh’aveu nissun soranome?

Checca – Oh giusto, soranome!

Isidoro – No i ve dise Puinetta?

Checca – Oh! certo, anca elo me vuol minchionare (s’ingrugna).

Isidoro – Via, se sè bella, siè anca bona. Respondème: Saveu per cossa che siè chiamada qua a esaminarve?

Checca – Sior sí, per una baruffa.

Isidoro – Contème come che la xe stada.

Checca – Mi no so gnente, che mi no ghe giera. Andava a ca co mia sorela Libera, e co mia sorela Orsetta, e co mio cugnà Fortunato; e ghe giera paron Toni, e Beppe Cospettoni, e Titta Nane, che i ghe voleva dare a Toffolo Marmottina, e elo ghe trava de le pierae.

Isidoro – Per cossa mo ghe voleveli dar a Toffolo Marmottina?

Checca – Perché Titta Nane fa l’amore co Lucietta Panchiana, e Marmottina ghe xe andao a parlare, e el gh’ha pagao la zucca barucca.

Isidoro – Ben; ho capio, baste cussí. Quanti anni gh’aveu?

Checca – El vuol saver anca i anni?

Isidoro – Siora sí; tutti chi se esamina, ha da dir i so anni; e in fondo de l’esame se scrive i anni. E cussí, quanti ghe n’aveu?

Checca – Oh! mi no me li scondo i mi anni. Disisette fenii.

Isidoro – Zuré d’aver dito la verità.

Checca – De cossa?

Isidoro – Zuré, che tutto quel che avè dito nel vostro esame, xe la verità.

Checca – Sior sí, zuro che ho dito la verità.

Isidoro – El vostro esame xe finio.

Checca – Posso andar via donca?

Isidoro – No, fermève un pochetto. Come steu de morosi?

Checca – Oh! mi no ghe n’ho morosi.

Isidoro – No disè busie.

Checca – Oggio da zurare?

Isidoro – No, adesso no avè piú da zurar; ma le busie no sta ben a dirle. Quanti morosi gh’aveu?

Checca – Oh mi! nissun me vuol, perchè son poveretta.

Isidoro – Voleu che ve fazza aver una dota?

Checca – Magari.

Isidoro – Se gh’avessi la dota, ve marideressi?

Checca – Mi sí, lustrissimo, che me marideria.

Isidoro – Gh’aveu nissun per le man?

Checca – Chi vorlo che gh’abbia?

Isidoro – Gh’aveu nissun che ve vaga a genio?

Checca – El me fa vergognare.

Isidoro – No ve vergogné, semo soli; parleme con libertà.

Checca – Titta Nane, se lo podesse avere, mi lo chiorave.

Isidoro – No xelo el moroso de Lucietta?

Checca – El la gh’ha licenzià.

Isidoro – Se el l’ha licenziada, podemo veder se el ve volesse.

Checca – De quanto sarala la dota?

Isidoro – De cinquanta ducati.

Checca – Oh sior sí! Cento me ne dà mio cugnà. Altri cinquanta me ne ho messi da banda col mio balon. Mi credo che Lucietta no ghe ne daghe tanti.

Isidoro – Voleu che ghe fazza parlar a Titta Nane?

Checca – Magari, lustrissimo!

Isidoro – Dove xelo?

Checca – El xe retirà.

Isidoro – Dove?

Checca – Ghel dirò in t’una recchia, che no voria che qualcun me sentisse (gli parla all’orecchia).

Isidoro – Ho inteso. Lo manderò a chiamar. Ghe parlero mi, e lassè far a mi. Andè, putta, andè, che no i diga, se me capí! (suona il campanello).

Checca – Uh! caro lustrissimo benedetto.

Comandadore – La comandi.

Isidoro – Che vegna Orsetta.

Comandadore – Subito (parte).

Isidoro – Ve saverò dir. Ve vegnirò a trovar.

Checca – Lustrissimo sí (si alza). Magari che ghe la fasse veder a Lucietta! Magari!

SCENA XIII

Orsetta e detti, poi il comandadore.

Orsetta – (Tanto ti xe stada? Cossa t’alo esaminà?) (piano a Checca).

Checca – (Oh sorela! Che bel esame che ho fatto! Te conterò tutto) (a Orsetta, e parte).

Isidoro – Vegní qua, sentève.

Orsetta – Sior sí (siede con franchezza).

Isidoro – (Oh, la xe piú franca custía!) Cossa gh’aveu nome?

Orsetta – Orsetta Schiantina.

Isidoro – Detta?

Orsetta – Coss’è sto detta?

Isidoro – Gh’aveu soranome?

Orsetta – Che soranome vorlo che gh’abbia?

Isidoro – No ve diséli de soranome Meggiotto?

Orsetta – In veritae, lustríssimo, che se no fusse dove che son, ghe vorave pettenare quella perucca.

Isidoro – Oe, parlè con rispetto.

Orsetta – Cossa xe sto Meggiotto? I meggiotti a Chiozza xe fatti col semolei e colla farina zala; e mi no son né zala, né del color dei meggiotti.

Isidoro – Via, no ve scaldè, patrona, che questo no xe logo da far ste scene. Respondème a mi. Saveu la causa per la qual sè vegnua a esaminarve?

Orsetta – Sior no.

Isidoro – Ve lo podeu immaginar?

Orsetta – Sior no.

Isidoro – Saveu gnente de una certa baruffa?

Orsetta – So, e no so.

Isidoro – Via, contème quel che savè.

Orsetta – Che el me interoga, che responderò.

Isidoro – (Custía xe de quele, che fa deventar matti i poveri cogitori). Cognosseu Toffolo Zavatta?

Orsetta – Sior no.

Isidoro – Tòffolo Marmottina?

Orsetta – Sior sí.

Isidoro – Saveu che nissun ghe volesse dar?

Orsetta – Mi no posso saver che intenzion che gh’abbia la zente.

Isidoro – (Oh che dretta!) Aveu visto nissun con de le arme contra de elo?

Orsetta – Sior sí.

Isidoro – Chi gierili?

Orsetta – No m’arecordo.

Isidoro – Se i nominerò, ve i arecordereu?

Orsetta – Se la i nominerà, ghe responderò.

Isidoro – (Siestu maladetta! La me vuol far star qua fin sta sera). Ghe giera Titta Nane Moletto?

Orsetta – Sior sí.

Isidoro – Ghe giera paron Toni Canestro?

Orsetta – Sior sí.

Isidoro – Ghe giera Beppo Cospettoni?

Orsetta – Sior sí.

Isidoro – Brava, siora Meggiotto.

Orsetta – El diga: gh’alo nissun soranome elo?

Isidoro – Via via, manco chiaccole (scrivendo).

Orsetta – (Oh! ghe lo metterò mi: el sior cogitore giazzao).

Isidoro – Toffolo Marmottina alo tratto de le pierae?

Orsetta – Sior sí, el ghe n’ha tratto. (Magari in te la testa del cogitore).

Isidoro – Cossa diseu?

Orsetta – Gnente, parlo da mia posta. No posso gnanca parlare?

Isidoro – Per cossa xe nato sta contesa?

Orsetta – Cossa vorlo che sappia?

Isidoro – (Oh, son debotto stuffo!) Saveu gnente che Titta Nane gh’avesse zelusia de Toffolo Marmottina?

Orsetta – Sior si; per Lucietta Panchiana.

Isidoro – Saveu gnente che Titta Nane abbia licenzià Lucietta Panchiana?

Orsetta – Sior sí, ho sentío a dir che el la gh’ha licenzià.

Isidoro – (Checca ha dito la verità. Vederò de farghe sto ben). Oh via, debotto sè destrigada. Quanti anni gh’aveu?

Orsetta – Oh ca de dia! Anca i anni el vuol savere?

Isidoro – Siora sí, anca i anni.

Orsetta – El li ha da scrivere?

Isidoro – I ho da scríver.

Orsetta – Ben; che el scriva… disnove.

Isidoro – (scrive) Zurè d’aver dito la verità.

Orsetta – Ho da zurare?

Isidoro – Zurè d’aver dito la verità.

Orsetta – Ghe dirò: co ho da zurare, veramente ghe n’ho vinti quattro.

Isidoro – Mi no ve digo che zurè dei anni, che a vu altre donne sto zuramento nol se pol dar. Ve digo che zurè, che quel che avè dito in te l’esame, xe la verità.

Orsetta – Oh, sior sí, zuro.

Isidoro suona il campanello.
Comandadore – Chi vorla?

Isidoro – Donna Libera.

Comandadore – La servo (parte).

Orsetta – (Varé. Anca i anni se gh’ha da dire!) (s’alza).

SCENA XIV

Donna Libera e detti, poi il comandadore.

Libera – (T’astu destrigà?) (ad Orsetta).

Orsetta – (Oe, sentí. Anca i anni che se gh’ha, el vuol savere).

Libera – (Burlistu?).

Orsetta – (E bisogna zurare) (parte).

Libera – (Varè che sughi! s’ha da dire i so anni, e s’ha da zurare? So ben quel che farò mi. Oh! i mi anni no li voggio dire, e no voggio zurare).

Isidoro – O via, vegní qua, sentève.

Libera non risponde.
Isidoro – Oe, digo, vegní qua, sentève (facendole cenno che si sieda).

Libera va a sedere.
Isidoro – Chi seu?

Libera non risponde.
Isidoro – Respondè, chi seu? (urtandola).

Libera – Sior?

Isidoro – Chi seu?

Libera – Cossa dísela?

Isidoro – Seu sorda? (forte).

Libera – Ghe sento puoco.

Isidoro – (Stago fresco!). Cossa gh’aveu nome?

Libera – Piase?

Isidoro – El vostro nome.

Libera – La diga un poco piú forte.

Isidoro – Eh! che no voggio deventar matto (suona il campanello).

Comandadore – La comandi.

Isidoro – Che vegna dentro quel’omo.

Comandadore – Subito (parte).

Isidoro – Andè a bon viazo (a Libera).

Libera – Sior?

Isidoro – Andè via de qua (spingendola, perché se ne vada).

Libera – (Oh! l’ho scapolada pulito. I fatti mí no ghe li voggio dire) (parte).

SCENA XV

Isidoro, poi paron Fortunato, poi il comandadore.

Isidoro – Sto mistier xe bello, civil, decoroso, anca utile. Ma delle volte le xe cosse da deventar matti.

Fortunato – Tissimo siò cogitore, tissimo.

Isidoro – Chi seu?

Fortunato – Fortunato Aichio.

Isidoro – Parlè schietto, se volè che v’intenda. Capisso per discrezione: paron Fortunato Cavicchio. Saveu per cossa che siè città a esaminarve?

Fortunato – Siò sí, siò.

Isidoro – Via donca: disè per cossa che sè vegnú?

Fortunato – So egnú, perché me ha dito e comandadore.

Isidoro – Bella da galantomo! So anca mi che sè vegnú, perché ve l’ha dito el comandador. Saveu gnente de una certa baruffa?

Fortunato – Siò sí, siò.

Isidoro – Via, disème come che la xe stada.

Fortunato – L’ha a saere, che ancuò so egnú da mare, e so rivao a Igo co a tatana; e xe egnuo mia muggiere, e a cugnà Ossetta, e a cugnà Checca.

Isidoro – Se no parlè piú schiétto, mi no ve capisso.

Fortunato – Siò sí, siò. Andando a ca co mia muggiere, e co mia cugnà, ho isto parò Toni, ho isto, e bare Beppe ho isto, e Titta Nane Moetto, e Toffolo Maottina; e parò Toni: tiffe, a spada; e Beppe alda, alda, o ottello; e Maottina tuffe, tuffe, pierae; è egnuo Titta Nane, è egnuo Titta Nane. Lago, lago co paosso,lago. Tia, mola, baacca. Maottina è caccao, e mi no so atro. M’ala capio?

Isidoro – Gnanca una parola.

Fortunato – Mi pao chiozzotto, utissimo. De che paese xela, utissimo?

Isidoro – Mi son venezian; ma no ve capisso una maledetta.

Fortunato – Omandela e tona a die?

Isidoro – Cossa?

Fortunato – Comandela e tona a dire? a dire? a dire?

Isidoro – Va in malora, va in malora, va in malora.

Fortunato – Tissimo (partendo).

Isidoro – Papagà maledetto!

Fortunato – Tissimo (allontanandosi).

Isidoro – Se el fusse un processo de premura, poveretto mi!

Fortunato – Siò cogitore! Tissimo (sulla porta, e parte).

Isidoro – El diavolo che te porta (suona il campanello).

Comandadore – Son a servirla.

Isidoro – Licenziè quelle donne, mandèle via, che le vaga via, che no vôi sentir altro.

Comandadore – Subito (parte).

SCENA XVI

Isidoro, poi Pasqua e Lucietta, poi il comandadore.

Isidoro – Bisogna dar in impazienze per forza.

Pasqua – Per cossa ne mandelo via? (con calore).

Lucietta – Per cossa no ne vorlo esaminare?

Isidoro – Perché son stuffo.

Pasqua – Sí, sí, caretto, savemo tutto.

Lucietta – L’ha sentío quele che gh’ha premesto, e nu altre semo scoazze.

Isidoro – La fenímio?

Lucietta – Puinetta el l’ha tegnua piú d’un’ora.

Pasqua – E Meggiotto quanto ghe xela stada?

Lucietta – Ma nu anderemo da chi s’ha d’andare.

Pasqua – E se faremo fare giustizia.

Isidoro – No savè gnente. Sentí.

Pasqua – Cossa voravelo dire?

Lucietta – Cossa ne voravelo infenocchiare?

Isidoro – Vu altre sè parte interessada; no podè servir per testimonio.

Lucietta – No xe vero gnente, no xe vero gnente. No semo interessà, no xe vero gnente.

Pasqua – E anca nu volemo testimoniare.

Isidoro – Feníla una volta.

Pasqua – E se faremo sentire.

Lucietta – E saveremo parlare.

Isidoro – Sieu maledette!

Comandadore – Lustrissimo.

Isidoro – Cossa gh’è?

Comandadore – Xe vegnú el lustrissimo sior cancelier (parte).

Pasqua – Oh! giusto elo.

Lucietta – Anderemo da elo.

Isidoro – Andè dove diavolo che volè. Bestie, diavoli, satanassi (parte).

Pasqua – Mare de diana! che ghe la faremo tegnire (parte).

Lucietta – Viva cocchietto, che ghe la faremo portare (parte).

ATTO TERZO

SCENA I

Strada con casa, come nelle altre scene.

Beppo solo.

No m’importa; che i me chiappe, se i me vo’ chiappare. Anderò in preson; no m’importa gnente; ma mi retirà no ghe voggio piú stare. No muoro contento, se a Orsetta no ghe dago una slepa. E a Marmottina ghe voggio taggiare una recchia, se credesse d’andare in galía, se credesse. La porta xe serà de custíe, xe serà anca da mi, xe serà. Lucietta e mia cugnà le sarà andae a parlare per mi e per mio fradello Toni; e custíe le sarà andae a parlare per Marmottina. Sento zente, sento. Me pare sempre d’aver i zaffi alla schina. Zitto, zitto, che viè Orsetta. Viè, viè, che te voggio giustare.

SCENA II

Libera, Orsetta e Checca col ninzoletto sulle spalle, e detto.

Libera – Beppe! (amorosamente).

Orsetta – El mio caro Beppe!

Beppo – In malora, ia!

Orsetta – Con chi la gh’astu?

Libera – A chi in malora?

Beppo – In malora quante che sé.

Checca – Vaghe ti in malòrzega (a Beppo).

Orsetta – Tasi (a Checca). Cossa t’avemio fatto? (a Beppo).

Beppo – Ti sarà contenta, anderò in preson; ma avanti ch’a ghe vaghe…

Orsetta – No, no t’indubitare. No sarà gnente.

Libera – Paron Vicenzo l’ha dito cussí ch’a no se stemo a travaggiare, che la cossa sarà giustà.

Checca – E po gh’avemo per nu el cogitore.

Orsetta – Se può savere con chi ti la gh’ha almanco?

Beppo – Con ti la gh’ho.

Orsetta – Co mi?

Beppo – Sí, con ti.

Orsetta – Cossa t’oggio fatto?

Beppo – Cossa te vastu a impazzare co Marmottina? Perché ghe parlistu? Per cossa te vienlo a cattare?

Orsetta – Mi?

Beppo – Ti.

Orsetta – Chi te l’ha dito?

Beppo – Mia cugnà e mia sorella me l’ha dito.

Orsetta – Busiare!

Libera – Busiare!

Checca – Oh che busiare!

Orsetta – El xe vegnú a parlare con Checca.

Libera – E po el xe andao a sentare da to sorella.

Orsetta – E el gh’ha pagao la zucca.

Checca – Basta dire che Titta Nane ha licenziao Lucietta.

Beppo – L’ha licenzià mia sorella? Per cossa?

Checca – Per amore de Marmottina.

Orsetta – E mi cossa gh’oggio da intrare?

Beppo – Marmottina no xe vegnú a parlare co tí? (a Orsetta). L’ha parlao co Lucietta? E Titta Nane l’ha licenzià?

Orsetta – Sí, can, no ti me credi, baron? No ti credi a la to povera Orsetta, che te vol tanto ben; che ho fatto tanti pianti per ti; che me disconisso per causa toa?

Beppo – Cossa donca me vienle a dire quelle petazze?

Libera – Per scaregarse ele, le ne carega nu.

Checca – Nu no ghe femo gnente, e ele le ne vuol male.

Beppo – Che le vegna a ca, che le vegna! (in aria minacciosa).

Orsetta – Zitto, che le xe qua.

Libera – Tasè.

Checca – No ghe disè gnente.

SCENA III

Pasqua e Lucietta col ninzoletto sulle spalle, e detti.

Lucietta – Coss’è? (a Beppo).

Pasqua – Cossa fastu qua? (a Beppo).

Beppo – Cossa me seu vegnue a dire? (con isdegno).

Lucietta – Senti.

Pasqua – Viè qua, senti.

Beppo – Cossa v’andeu a inventare?…

Lucietta – Mo viè qua, presto (con affanno).

Pasqua – Presto, poveretto ti!

Beppo – Coss’è? Cossa gh’è da niovo? (si accosta).

Lo prendono in mezzo.
Lucietta – Va via.

Pasqua – Vatte a retirare.

Intanto le altre due donne si cavano i ninzoletti.
Beppo – Mo se le m’ha dito che no xe gnente.

Lucietta – No te fidare.

Pasqua – Le te vol sassinare.

Lucietta – Sèmo stae a Palazzo, e nu no i n’ha gnanca volesto ascoltare.

Pasqua – Ele i le gh’ha riceveste, e nu altre i n’ha cazzao via.

Lucietta – E Orsetta xe stada drento piú de un’ora col cogitore.

Pasqua – Ti xe processà!

Lucietta – Ti xe in cattura.

Pasqua – Vatte a retirare.

Beppo – Comuodo? A sta via se sassina i omeni? (a Orsetta).

Orsetta – Coss’è stà?

Beppo – Tegnirme qua per farme precipitare?

Orsetta – Chi l’ha dito?

Lucietta – L’ho dito mi, l’ho dito.

Pasqua – Eh, savemo tutto, savemo.

Lucietta – Va via (a Beppo).

Pasqua – Va via (a Beppo).

Beppo – Vago via… ma me l’averè da pagare (a Orsetta).

SCENA IV

Paron Toni e detti.

Pasqua – Marío!

Lucietta – Fradello!

Pasqua – Andè via.

Lucietta – No ve lassè trovare.

Toni – Tasè, tasè, non abbiè paura, tasè. Xe vegnuo a trovarme paron Vicenzo, e el m’ha dito che l’ha parlà co sior canceliere, che tutto xe accomodao, che se può caminare.

Orsetta – Sentíu?

Libera – Ve l’avemio dito?

Checca – Semio nu le busiare?

Orsetta – Semio nu che ve vuol sassinare?

Beppo – Cossa v’insunieu? Cossa v’andeu a inventare? (a Pasqua e Lucietta).

SCENA V

Paron Vicenzo e detti.

Orsetta – Velo qua paron Vicenzo. No xe giustà tutto, paron Vicenzo?

Vicenzo – No xe giustà gnente.

Orsetta – Come no xe giustà gnente?

Vicenzo – No gh’è caso che quel musso ustinà de Marmottina voggia dar la pase, e senza la pase no se puol giustare.

Pasqua – Oe, sentíu?

Lucietta – No ve l’òggio dito?

Pasqua – No ghe credè gnente.

Lucietta – No xe giustà gnente.

Pasqua – No ve fidè a caminare.

Lucietta – Andeve subito a retirare.

SCENA VI

Titta Nane e detti.

Pasqua – Oh! Titta Nane, cossa feu qua?

Titta – Fazzo quelo che voggio, fazzo.

Pasqua – (Oh! no la ghe xe gnanca passà).

Lucietta – No gh’avè paura dei zaffi? (a Titta).

Titta – No gh’ho paura de gnente (a Lucietta, con sdegno). So stao dal cogitore; el m’ha mandao a chiamare, e el m’ha dito che camine quanto che voggio, e che no staghe piú a bacilare (a paron Vicenzo).

Orsetta – Parlè mo adesso, se gh’avè fià de parlare (a Lucietta). No ve l’oggio dito che gh’avemo per nu el cogitore?

SCENA VII

Comandadore e detti.

Comandadore – Paron Toni Canestro, Beppo Cospettoni, e Titta Nane Moletto, vegní subito a Palazzo con mi da sior cancelier (parte).

Pasqua – Oh poveretta mi!

Lucietta – Semo sassinai!

Pasqua – Che fondamento ghe xe in te le vostre parole? (a Orsetta).

Lucietta – De cossa ve podeu fidare de quel panchiana de cogitore? (a Orsetta).

SCENA VIII

Isidoro e detti.

Lucietta – (Uh!) (vedendo Isidoro).

Isidoro – Chi è che me favorisse?

Orsetta – Vela là, lustrissimo. Mi no so gnente (accennando Lucietta).

Lucietta – Cossa vorli dai nostri omeni? Cossa ghe vorli fare?

Isidoro – Gnente; che i vegna con mi, e che no i gh’abbia paura de gnente. Son galantomo. Me son impegnà de giustarla, e sior cancelier se remette in mi. Andè, paron Vicenzo, andè a cercar Marmottina, e fe de tutto de menarlo da mi; e se nol vol vegnir per amor, disèghe che lo farò vegnir mi per forza.

Vicenzo – Sior sí; so qua, co se tratta de far del ben. Vago subito. Beppo, paron Toni, vegní co mi che v’ho da parlare.

Toni – So co vu, compare. Co so co vu, so seguro.

Titta – (Oe! mi no me slontano dal cogitore).

Beppo – Orsetta, a revederse.

Orsetta – Xestu in colera? (a Beppo).

Beppo – Via, che cade? A monte, a monte. Se parleremo (parte con paron Toni e paron Vicenzo).

SCENA IX

Isidoro, Checca, Lucietta, Pasqua e Titta Nane.

Checca – (La diga, lustrissimo?) (a Isidoro, piano).

Isidoro – (Coss’è, fia?)

Checca – (Gh’alo parlà?)

Isidoro – (Gh’ho parlà).

Checca – (Coss’alo dito?)

Isidoro – (Per dirvela, nol m’ha dito né sí, né no. Ma me par che i dusento ducati no ghe despiasa).

Checca – (Me raccomando).

Isidoro – (Lassè far a mi). Via, andemo, Titta Nane.

Titta – So qua con ela (in atto di partire).

Lucietta – Gnanca, patron? Gnanca un strazzo de saludo? (a Titta).

Pasqua – Che creanza gh’aveu? (a Titta).

Titta – Patrone (a Titta).

Isidoro – Via, saludè Checchina (a Titta).

Titta – Bella putta, ve saludo (con buona grazia).

Lucietta smania.
Checca – Sioría, Titta Nane.

Titta – (Gh’ho gusto che la magna l’agio Lucietta, gh’ho gusto; me voggio refare) (parte).

Isidoro – (Anca questo per mi xe un divertimento) (parte).

SCENA X

Lucietta, Orsetta, Checca, Pasqua e Libera.

Lucietta – (Aveu sentío cossa che el gh’ha dito? Bella putta el gh’ha dito).

Pasqua – (Mo via, cossa vustu andar a pensare?)

Lucietta – E ela? Sioría, Titta Nane, sioría, Titta Nane (caricandola forte, che sentano).

Checca – Coss’è, siora, me burleu?

Orsetta – Dighe che la se varda ela.

Libera – Che la gh’ha el so bel da vardare.

Lucietta – Mi? Oh de mi ghe xe puoco da dire; che cattive azion mi no ghe ne so fare.

Pasqua – Via, tasi, no te n’impazzare. No sastu chi le xe? Tasi (a Lucietta).

Checca – Cossa semio?

Orsetta – Cossa voressi dire? (a Libera).

Libera – Via; chi ha piú giudizio, el dopera (a Orsetta).

Lucietta – Oh la savia Sibilla! Le putte che gh’ha giudizio, parona, le lassa star i novizzi, e no le va a robar i morosi.

Orsetta – A vu cossa ve robemio?

Lucietta – Titta Nane xe mio novizzo.

Checca – Titta Nane v’ha licenzià.

Pasqua – No xe vero gnente.

Libera – Tutta la contrà l’ha sentío.

Pasqua – Via, che sè una pettegola.

Orsetta – Tasè là, donna stramba.

Lucietta – Sentí che sbrenà!

Libera – Sentí che bela putta! (con ironia e collera).

Lucietta – Meggio de to sorella.

Checca – No ti xe gnanca degna de minzonarme.

Lucietta – Povera sporca!

Orsetta – Come parlistu?

S’avanzano in zuffa.
Pasqua – Voleu ziogare che ve petuffo?

Libera – Chi?

Orsetta – Mare de diana! che te sflazelo, vara.

Lucietta – Oh che giandussa!

Orsetta – Parla ben, parla (le dà sulla mano).

Lucietta – Oe! (alza le mani per dare).

Libera – Tírete in là, oe! (spingendo Pasqua).

Pasqua – Coss’è sto spenze? (spingendo Libera).

Orsetta – Oe, oe! (si mette a dare).

Tutte si danno gridando.
Tutte – Oe, oe!

SCENA XI

Paron Fortunato e dette.

Fortunato – Fermève, fermève, donne, donne, fermève.

Le donne seguono a darsi, gridando sempre. Fortunato in mezzo, finchè gli riesce di separarle, e caccia le sue in casa.
Libera – Ti gh’ha rason (entra).

Checca – Ti me l’ha da pagare (entra).

Orsetta – Ve vôi cavare la petta, vara (entra).

Pasqua – Maledetta! Se no me fava male a sto brazzo, te voleva colegare per terra (entra).

Lucietta – E vu, savè, sior carogno, se no ghe faré far giudizio a culíe, ve trarò sulla testa un de quei pitteri che spuzza (entra).

Fortunato – Andè là, puh! Maledíe! Donne, donne, sempre bauffe, sempre chià. Dise be e’ proverbio: Donna danno, donna malanno, malanno, danno, malanno (entra in casa).

SCENA XII

Camera in una casa parlicolare.

Isidoro e Titta Nane.
Isidoro – Vegní co mi, non abbiè suggizion; qua no semo a Palazzo, qua no semo in cancelaria. Semo in casa de un galantuomo, de un venezian che vien a Chiozza do volte all’anno, e co nol ghe xe elo, el me lassa le chiave a mi, e adesso de sta casa son paron mi, e qua s’ha da far sta pase, e s’ha da giustar tutti i pettegolezzi, perché mi son amigo d’i amici, e a vu altri Chiozzotti ve voggio ben.

Titta – Pe so grazia, siò cogitore.

Isidoro – Vegní qua, za che semo soli…

Titta – Dove xeli sti altri?

Isidoro – Paron Vicenzo xe andà a cercar Marmottina, e el vegnirà qua, che za el sa dove che l’ha da vegnir. Paron Toni l’ho mandà da mi in cancelaria a chiamar el mio servitor, perchè vôi che sigilemo sta pase con un per de fiaschetti. E Beppo, co v’ho da dir la verità, el xe andà a chiamar donna Libera e paron Fortunato.

Titta – E se Marmottina no volesse vegnire?

Isidoro – Se nol vorrà vegnir, lo farò portar. Orsú, za che semo soli, respondème a ton sul proposito che v’ho parlà. Checchina ve piasela? La voleu?

Titta – Co gh’ho da dire la giusta veritae, la me piase puoco, e fazzo conto de no la volere.

Isidoro – Come! No m’avè miga dito cussí stamattina.

Titta – Cossa gh’oggio dito?

Isidoro – M’avè dito: no so, son mezzo impegnà. M’avè domandà cossa la gh’ha de dota. Mi v’ho anca dito che la gh’aveva dusento e passa ducati. M’ha parso che la dota ve comoda; m’ha parso che la putta ve piasa. Cossa me scambieu adesso le carte in man?

Titta – Lustrissimo, mi no ghe scambio gnente, lustrissimo. L’abbia da saere, che a Lucietta, Lustrissimo, xe do anni che ghe fazzo l’amore, e me son instizzao, e ho fatto quel che ho fatto, per zelusia e per amore, e la gh’ho licenzià. Ma la gh’abbia da saere, lustrissimo, che a Lucietta ghe voggio ben, ghe voggio; e co un omo xe instizao, nol sa quello ch’a se dighe. Stamattina Lucietta l’averave mazzà, e za un puoco gh’ho volesto dare martello; ma co ghe penso, mare de diana! lustrissimo, no la posso lassare; e ghe voggio ben, ghe voggio. La m’ha affrontao, la gh’ho licenzià; ma me schioppa el cuor.

Isidoro – Oh bela da galantomo! E mi ho mandà a chiamar donna Libera e paron Fortunato per parlarghe de sto negozio, e domandarghe Checca per vu.

Titta – Grazie, lustrissimo (con dispiacere).

Isidoro – No la volè donca?

Titta – Grazie alla so bontae (come sopra).

Isidoro – Si? o no?

Titta – Co bo respetto: mi no, lustrissimo.

Isidoro – Andeve a far squartar, che no me n’importa.

Titta – Comuodo parlela, lustrissimo? So poveromo, so un povero pescaore; ma so galantomo, lustrissimo.

Isidoro – Me despiase, perché gh’averave gusto de maridar quella putta.

Titta – Lustrissimo, la me compatissa, se non ghe fasse affronto, ghe vorave dire do parole, ghe vorave dire.

Isidoro – Disè pur: cossa me voressi dir?

Titta – Caro lustrissimo, la prego, no la se n’abbia per male.

Isidoro – No, no me n’averò per mal. (Son curioso de sentir cossa che el gh’ha in testa de dirme).

Titta – Mi parlo co tutto e respetto. Baso dove che zappa e siò cogitore; ma se m’avesse da maridare, no voria che un lustrissimo gh’avesse tanta premura per mia muggier.

Isidoro – Oh che caro Titta Nane! Ti me fa da rider, da galantomo. Per cossa credistu che gh’abbia sta premura per quela putta?

Titta – Che cade? Affin de ben, affin de ben, che cade? (ironico).

Isidoro – Son un zovene onesto, e non son capace…

Titta – Eh! via, che cade?

Isidoro – (Oh che galiotto!)

SCENA XIII

Paron Vicenzo e detti, poi Toffolo.

Vicenzo – So qua, lustríssimo. Finalmente l’ho persuaso a vegnire.

Isidoro – Dov’elo?

Vicenzo – El xe de fuora: che lo chiame?

Isidoro – Chiamèlo.

Vicenzo – Toffolo, vegní a nu.

Toffolo – So qua, pare. Tissimo (a Isidoro, salutandolo).

Isidoro – Vien avanti.

Toffolo – Lustrissimo siò cogitore (salutandolo ancora).

Isidoro – Dime un poco, per cossa no vustu dar la pase a quei tre omeni, coi quali ti ha avú stamattina quela contesa?

Toffolo – Perché, lustrissimo, i me vuol amazzare.

Isidoro – Co i te domanda la pase, no i te vol mazzar.

Toffolo – I xe galiotti, lustrissimo.

Titta – Olà, olà! (a Toffolo minacciandolo, acciò parli con rispetto).

Isidoro – Quietève (a Titta). E ti parla ben, o te farò andar in t’un camerotto.

Toffolo – Quel che la comanda, lustrissimo.

Isidoro – Sastu che per le pierae che ti ha tratto, ti meriti anca ti d’esser processà, e che stante la malizia co la qual ti xe vegnú a querelar, ti sarà condanà in te le spese?

Toffolo – Mi so poveromo, lustríssimo; mi no posso spendere. Vegní qua, mazzème; so poveromo, mazzème (a Vicenzo e Titta).

Isidoro – (Costú el par semplice; ma el gh’ha un fondo de malizia de casa del diavolo).

Vicenzo – Daghe la pase, e la xe fenía.

Toffolo – Voggio essere seguro della mia vita.

Isidoro – Ben, e mi te farò assicurar. Titta Nane, me deu parola a mi de no molestarlo?

Titta – Mi sí, lustrissimo. Basta che el lassa stare Lucietta, e che nol bazzega per quele contrae.

Toffolo – Mi, fradelo, Lucietta non la gh’ho gnanca in mente, e no ziro colà per ela, no ziro.

Isidoro – Per chi ziristu donca?

Toffolo – Lustrissimo, anca mi so da maridare.

Isidoro – Mo via, di’ suso. Chi gh’astu da quele bande?

Toffolo – Lustrissimo…

Vicenzo – Orsetta?

Toffolo – Made.

Isidoro – Checca fursi?

Toffolo – Ah, ah! bravo, lustrissimo, bravo (ridendo).

Titta – Ti xe un busiaro.

Toffolo – Per cossa busiaro?

Titta – Perché Checca m’ha dito, e donna Libera e Orsetta m’ha dito, che ti t’ha sentao da Lucietta, e ti gh’ha pagao da marenda.

Toffolo – Per fare despetto, l’ho fatto.

Titta – A chi?

Isidoro – Quietéve (a Titta). Distu dasseno che ti ghe vol ben a Checca?

Toffolo – Mi sí, da putto.

Isidoro – La toressistu per muggier?

Toffolo – Mare de diana, se la chiorave!

Isidoro – E ela mo te vorala?

Toffolo – Vara chiòe! Per cossa no m’averavela da volere? La m’ha dito dele parole, l’ha m’ha dito, che no le posso mo gnanca dire. So sorela m’ha descazzao, da resto… e co metto peota a Vigo, la poderò mantegnire.

Isidoro – (Mo el sarave giusto a proposito per Checchina).

SCENA XIV

Paron Toni, un Servitore con fiaschi, e detti.

Toni – Xe qua el servitor, lustrissimo.

Isidoro – Bravo. Metti zoso quei fiaschi, e va de là in cusina, e varda in quel armeretto, che gh’é dei gotti.

Il servitore parte.
Toni – (Com’ela, paron Vicenzo?)

Vicenzo – (Ben, ben! S’ha scoverto delle cosse… Anderà tutto ben).

Isidoro – Toffolo, allegramente, che vôi che femo sto matrimonio.

Toffolo – Magari, lustrissimo!

Toni – Olà, Toffolo, con chi?

Isidoro – Con Checchina.

Toni – E mio fradello Beppe sposerà Orsetta.

Isidoro – Bravi! E Titta Nane sposerà Lucietta.

Titta – Se la vegnirà co le bone, può essere che mi la spose.

Isidoro – A monte tutto. No gh’ha da esser puntigli. Avemo da far ste nozze, e vegní qua tutti, e sposève qua. Provederò mi i confetti, e ceneremo, e faremo un festin, e staremo allegri.

Toffolo – Parò Toni, aliegri.

Toni – Aliegri, parò Vicenzo.

Vicenzo – Aliegri.

Isidoro – Via, Titta Nane, anca vu aliegri!

Titta – So qua, so qua, no me cavo.

Isidoro – Via, fe pase.

Toffolo – Pase (abbraccia Toni).

Toni – Pase (abbraccia Toffolo).

Toffolo – Amígo (abbraccia Titta).

Titta – Amígo (abbraccia Toffolo).

Toffolo – Parò Vicènzo (abbraccia Vicenzo).

Vicenzo – Amici, amici.

SCENA XV

Beppo e detti.

Toffolo – Amigo, pase, parente, amigo (salta, ed abbraccia Beppo).

Beppo – Fermete. Oh che strepiti! Oh che sussuri! Fradello, no ve posso fenir de dire.

Isidoro – Coss’é sta?

Beppo – Le ha criao, le s’ha dao, le s’ha petuffao (parla delle donne).

Isidoro – Chi?

Beppo – Mia cugnà Pasqua, Lucietta, donna Libera, Checca, Orsetta. So andao per andare, come che m’ha dito e siò cogitore. No le m’ha volesto in ca, no le m’ha volesto. Orsetta m’ha serrao el balcon in tel muso. Lucietta no vol piú Titta Nane. Le cria che le s’averze, e ho paura che le se voggia tornar a dare.

Titta – Sangue de diana! Com’èla? Sangue de diana! (parte).

Toni – Voggio andar a defendere mia muggiere (parte).

Beppo – Se daremo, se daremo, faremo custion, se daremo (parte).

Vicenzo – Fermève, fermève; no sté a precipitare (parte).

Toffolo – Che i lassa stare Checca, oe! che i lassa stare (parte).

Isidoro – Sieu maledetti, sieu maledetti, sieu maledetti! (parte).

SCENA XVI

Strada con case, come altre volte.

Lucietta e Orsetta alle finestre delle loro case, donna Pasqua di dentro.
Lucietta – Coss’è? No ti vol piú mio fradello? No ti xe gnanca degna d’averlo.

Orsetta – Oh! ghe vuol puoco a trovare de meggio.

Lucietta – Chi troverastu?

Orsetta – Rulo.

Lucietta – Ghe mancherave puoco che no te fasse la rima.

Orsetta – No se salo, che ti xe una sboccà!

Lucietta – Sí, se fusse coffà ti.

Orsetta – Tasi sa, che son una putta da ben.

Lucietta – Se tale ti fussi, tale ti operaressi.

Orsetta – Via, sussurante.

Lucietta – Catta baruffe.

Pasqua – Lucietta, vien drento, Lucietta (di dentro, chiamandola forte).

Lucietta – Ti gh’anderà via ve’ de sta contrà.

Orsetta – Chi?

Lucietta – Ti.

Pasqua – Lucietta! (di dentro).

Orsetta – Chiò, vara (si batte nel gomito).

Lucietta – Va al turo. (si ritira).

Orsetta – Povera sporca! Con chi credistu aver da fare? Mi sí che me mariderò; ma ti? No ti troverà nissun che te voggia. Uh! quel povero desgrazià che te voleva, el stava fresco: el giera conzà co le ceolette. Nol te vol piú, ve’. Titta Nane, no ve’, nol te vol piú, ve’.

Lucietta – (torna al balcone) Mi no me n’importa; che anca se el me volesse, mi no lo voggio.

Orsetta – La volpe no vol ceriese.

Lucietta – Sí, sí, el sposerà quella sporca de to sorella.

Orsetta – Oe! parla ben.

Pasqua – Lucietta (di dentro).

Lucietta – A mi, se ghe ne voggio, no me n’amanca.

Orsetta – Eh! lo so che ti gh’ha el protettore.

Lucietta – Tasi, sa, che ti farò desdire.

Pasqua – Lucietta, Lucietta! (di dentro).

Orsetta – Oh che paura! (burlandosi di Lucietta).

Lucietta – Te farò vegnire l’angossa.

Orsetta – Marameo, squaquarà, marameo.

Lucietta – Vago via, perché no me degno (si ritira).

Orsetta – Va via, va via, no te far smattare (si ritira).

Lucietta – Meggiotto (torna, chiamandola col suo soprannome).

Orsetta – Panchiana (torna, e fa lo stesso).

Lucietta – Tuffe (si ritira).

Orsetta – Malagrazia (si ritira).

Lucietta – Mo che bella zoggia (torna, e lo dice con ironia e disprezzo).

Orsetta – Mo che boccoletto da riosa! (torna, come sopra).

SCENA XVII

Titta Nane, poi Toni e Beppo e dette.

Titta – Coss’è? Cossa astu dito dei fatti mii? (a Lucietta).

Lucietta – Va in malora. Va a parlare con Checca (parte).

Orsetta – No ghe tendo, che la xe una matta (a Titta).

Toni – Che muodo xe questo de strapazzare? (a Orsetta).

Orsetta – Via, che sè tutta zente cattiva (a Toni).

Beppo – Orsetta, Orsetta!

Orsetta – Vatte a far squartare (parte).

Toni – E ti no stare piú a vegnire per casa, che no te voggio (a Titta).

Beppo – E no bazzegare qua oltra, che no te volemo (a Titta).

Titta – Giusto, mo, per questo mo ghe voggio vegnire.

Beppo – Se a Marmottina ghe l’ho prometue, a ti, mare de diana! te le darò, vara (entra in casa).

Titta – Chiò sto canelao (fa un atto di disprezzo).

Toni – In tartana da mi no ghe stare a vegnire. Provedite de paron, che mi me provederò de omo (entra in casa).

SCENA XVIII

Titta Nane, poi Paron Vicenzo, poi Toffolo, poi Isidoro.

Titta – Corpo de una gaggiandra! qualchedun me l’ha da pagare.

Vicenzo – Titta Nane, com’èla?

Titta – Petto de diana! petto de diana! Arme, fora arme!

Vicenzo – Va via, matto. No star a precipitare.

Titta – Voggio farme piccare, ma avanti, sangue de diana, ghe ne voggio colegare tre o quattro!

Toffolo – So qua. Come xela?

Titta – Arme, fora arme.

Toffolo – Mi no so gnente.

Corre via, e s’incontra violentemente con Isidoro urtandosi, ed Isidoro dà una spinta a Toffolo e lo getta in terra.
Isidoro – Ah bestia!

Toffolo – Aiuto.

Isidoro – Con ghi la gh’astu? (a Toffolo).

Toffolo – I me vol dare (alzandosi).

Isidoro – Chi è che te vuol dar?

Toffolo – Titta Nane.

Titta – No xe vero gnente.

Isidoro – Va via de qua subito (a Titta).

Vicenzo – Nol la gh’ha co elo, lustrissimo; el la gh’ha co Beppo e con paron Toni.

Isidoro – Va via de qua, te digo (a Titta).

Vicenzo – Via, andemo, cognè obbedire, cognè (a Titta).

Isidoro – (Menèlo via, paron Vicenzo, e tegnilo con vu, e trattegnive sotto el portego in piazza, dal barbier o dal marzeretto, che se vorò, se ghe sarà bisogno, ve manderò po a chiamar) (a Vicenzo).

Vicenzo – (Sarà obedía, lustrissimo.) Andemo (a Titta).

Titta – No voggio vegnire.

Vicenzo – Andemo co mi, no te dubitare. So omo, so galantomo, viè co mi, non te dubitare.

Isidoro – Via, va con elo; e fa quel che te dise paron Vicenzo; e abbi passenzia, e aspetta, che pol esser che ti sii contento, e che te fazza dar quanta sodisfazion che ti vol.

Titta – Me raccomando a ela, lustrissimo. So poveromo, so galantomo, siò cogitore; me raccomando a ela, siò cogitore lustrissimo (parte).

SCENA XIX

Isidoro e Toffolo.

Isidoro – (Mi so cossa ghe voria per giustarli. Un pezzo de legno ghe voria. Ma averave perso el divertimento). Vien qua, Toffolo.

Toffolo – Tissimo.

Isidoro – Vustu che parlemo a sta putta, e che vedemo se se pol concluder sto maridozzo?

Toffolo – Magari, lustrissimo! Ma bisogna parlare con donna Libera so sorella, e co so cugnà parò Fortunato.

Isidoro – Sarali in casa sta zente?

Toffolo – No so, lustrissimo. Adesso, se la vuò che chiame?…

Isidoro – Andemo drento piutosto.

Toffolo – Mi in ca no ghe posso vegnire.

Isidoro – Perché no ghe pustu vegnir?

Toffolo – A Chiozza, lustrissimo, un putto donzelo nol ghe può andare dove ghe xe dele putte da maridare.

Isidoro – E pur so che tra vu altri se fa continuamente l’amor.

Toffolo – In stra, lustrissimo, se fa l’amore; e po la se fa domandare, e co la s’ha domandà, se può andare.

Isidoro – Chiamémole in strada donca.

Toffolo – Olà, parò Fortunato, ghe seu? Donna Libera, olà.

SCENA XX

Donna Libera e detti, poi paron Fortunato.

Isidoro – (Eh! co sta sorda no me ne voggio impazzar).

Libera – Coss’è? Cossa vustu?

Toffolo – Qua è siò cogitore…

Libera – Lustrissimo, cossa comandelo?

Isidoro – Com’ela! No sè piú sorda?

Libera – Oh! lustrissimo, no. Gh’aveva una flussion. So varía.

Isidoro – Cussí presto?

Libera – Da un momento a l’altro.

Isidoro – Anca sí, che gieri deventada sorda per no dir…

Fortunato – Tissimo (ad Isidoro).

Isidoro – Ho gusto che sia qua anca compare Burataora. Son qua per dirve se marideressi Checchina.

Libera – Magari, lustrissimo! Me la destrigheria volentiera.

Fortunato – Mi, utissimo, gh’ho pomesso cento ucati.

Libera – E altri cinquanta ghe li averemo sunai.

Isidoro – E mi ghe farò aver una grazia de altri cinquanta.

Libera – Síelo benedetto! Gh’alo qualche partio?

Isidoro – Vardè: ve piaselo quel partio? (accenna a Toffolo).

Fortunato – Toffao? Toffao? Catta bauffe, catta bauffe.

Toffolo – Mi no dago impazzo a nissun, co i me lassa stare…

Libera – Con un puo’ de battelo, come l’alo da mantegnire?

Toffolo – No metteroggio suso peota, no metteroggio?

Libera – E dove la menerastu, se no ti gh’ha né tétto, né ca?

Fortunato – La ustu menare i battelo la novizza a dormire?

Toffolo – Ve podè tegnire i cento ducati, ve podè tegnire, e farme le spese a mi e a mia muggiere.

Isidoro – Sí ben; nol dise mal, el gh’ha piú giudizio che no credeva. Podè per qualche tempo tegnirlo in casa.

Libera – Mo per quanto, lustrissimo?

Isidoro – A conto de sti cento ducati, per quanto voressistu che i te fasse le spese?

Toffolo – No so; almanco sié anni.

Fortunato – Puffeta! puffeta! Sié anni? Puffeta!

Isidoro – Ti voressi ben spender poco.

Toffolo – Che la fazza ela, lustrissimo.

Isidoro – Via, per un anno ve comoda? (a Libera).

Libera – Cossa diseu, paron? (a Fortunato).

Fortunato – Fe vu, parona; parona, fe vu, parona (a Libera).

Toffolo – Mi stago a tutto, lustrissimo.

Isidoro – Chiamè la putta. Sentimo cossa che la dise (a Libera).

Libera – Oe, Checca?

Fortunato – Checca, Checca! (chiama forte).

SCENA XXI

Checca e detti.

Checca – So qua: cossa voleu?

Libera – No ti sa?

Checca – Eh! ho sentío tutto.

Fortunato – Bava! È tà a pionare, bava!

Isidoro – E cussí, cossa diseu? (a Checca).

Checca – La senta una parola (a Isidoro).

Isidoro – Son qua.

Checca – (De Titta Nane no ghe xe speranza?) (a Isidoro).

Isidoro – (El m’ha dito un de no tanto fatto) (a Checca).

Toffolo – (Anca in recchia el ghe parla?) (con sdegno).

Checca – (Mo per cossa?) (a Isidoro).

Isidoro – (Perché el xe innamorà de Lucietta) (a Checca).

Toffolo – Lustrissimo siò cogitore.

Isidoro – Cossa gh’è?

Toffolo – Vorave sentire anca mi, vorave.

Isidoro – Via, destrighève. Lo voleu, o no lo voleu? (a Checca).

Checca – Cossa diseu, sorella? (a Libera). Cossa diseu, cugnà? (a Fortunato).

Libera – Cossa distu ti? Lo vustu? (a Checca).

Checca – Perché no?

Toffolo – Oh cara, la me vuole, oh cara! (giubilando).

Isidoro – Fioli, co gh’intro mi in te le cosse, mi no voggio brui longhi. Destrighémose, e marideve.

SCENA XXII

Orsetta e detti, poi Beppo.

Orsetta – Comuodo? Checca s’ha da maridare avanti de mi? Mi che xe tre anni che so in donzelon, no m’averò gnancora da maridare; e custía che xe la minore, s’ha da sposare avanti della maggiore?

Fortunato – Sí bè, sí bè, gh’ha rason, sí bè.

Checca – Gh’astu invidia? Marídete. Chi te tien, che no ti te maridi?

Fortunato – Siò sí, siò sí, marídete, se ti te vuò maridare.

Libera – Ti lo gh’avevi el novizzo. Per cossa lo xestu andà a desgustare? (a Orsetta).

Fortunato – Ah! per cossa? (a Orsetta).

Isidoro – No gierelo Beppo el so novizzo? (a Libera).

Libera – Sior sí, Beppo.

Fortunato – Beppo.

Isidoro – Aspettè. Beppo ghe xelo in casa? (alla sua casa).

Beppo – So qua, lustrissimo.

Isidoro – Per cossa seu andà in colera con Orsetta?

Beppo – Mi, lustrissimo? L’è stada ela che m’ha strapazzao; l’è stada ela che m’ha descazzao.

Isidoro – Sentíu, siora?

Orsetta – No sala che la colera orba, che no se sa dele volte quel che se diga!

Isidoro – Sentíu? No la xe piú in colera (a Beppo).

Beppo – Anca mi son uno che presto me la lasso passare.

Isidoro – Via donca; la xe giustada. Se no volè che Checca se marida prima de vu, e vu deghe la man a Beppo avanti de ela (a Orsetta).

Orsetta – Cossa diseu, sorella? (a Libera).

Libera – A mi ti me domandi?

Fortunato – Fala bela, Orsetta. Fala bela, fala bela (eccita con allegria Orsetta a maritarsi).

SCENA XXIII

Lucietta e detti.

Lucietta – Come, puoco de bon! Sior omo senza reputazion, averessi tanto ardire de sposare culía che n’ha strapazzà (a Beppo).

Isidoro – (Meggio, da galantomo!)

Orsetta – Cossa xe sta culía? (a Lucietta, con collera).

Libera – Oe, no se femo in víssere.

Fortunato – Olà, olà, olà.

Beppo – Mi no so cossa dire, mi no so cossa fare, mi me vôi maridare.

Lucietta – Mi prima m’ho da maridare; e fin che ghe so mi in ca, altre cugnà no ghe n’ha da vegnire.

Isidoro – Mo perché no la marideu? (a Beppo).

Beppo – Perché Titta Nane la gh’ha licenzià.

Isidoro – Va là, Toffolo; va in piazza sotto el portego dal barbier; dighe a paron Vicenzo che el vegna qua, e che el mena qua Titta Nane, e che i vegna subito.

Toffolo – Tissimo sí. Checca, vegno ve’, vegno (parte).

Lucietta – (Co Checca xe novizza co Marmottina, mi de Titta Nane no gh’ho piú zelusia).

Isidoro – Ghe xe caso, donne, donne, che no digo altro, che voggiè far pase, che voggiè tornar a esser amighe?

Lucietta – Se ele no gh’ha gnente co mi, mi no gh’ho gnente co ele.

Isidoro – Cossa diseu? (a Libera, Orsetta e Checca).

Orsetta – Mi da là a là no gh’è altro.

Libera – Mi? Co no son tirada per i cavei, no parlo mai co nissun.

Isidoro – E vu, Checca?

Checca – De diana! A mi me piase stare in pase co tutti.

Isidoro – Via donca, pacifichève, basève.

Orsetta – Mi sí.

Lucietta – So qua.

SCENA XXIV

Pasqua e detti.

Pasqua – Cossa? cossa fastu? Tí vuò far pase? Con custíe? Co sta zente?

Isidoro – Oh! vegnireu vu adesso a romper le scattole?

Pasqua – Me maraveggio: le m’ha strapazzà.

Isidoro – Quietève anca vu, fenímola.

Pasqua – No me voggio quietare; me diole ancora sto brazzo. No me voggio quietare.

Orsetta – (Magari l’avessio strupià!)

SCENA XXV

Paron Toni e detti.

Isidoro – Oe, paron Toni.

Toni – Lustrissimo.

Isidoro – Se no farè far giudizio a vostra muggier…

Toni – Ho sentío, ho sentío, lustrissimo, ho sentío. Animo; fa pase (a Pasqua).

Pasqua – No voggio.

Toni – Fa pase (minacciandola).

Pasqua – No, no voggio.

Toni – Fa pase, te digo; fa pase (tira fuori un legno).

Pasqua – Sí, sí, marío, farò pase (mortificata s’accosta).

Isidoro – Oh bravo! Oh bravo! Oh co bravo!

Libera – Viè qua, Pasqua.

Pasqua – So qua.

S’abbracciano.
Libera – Anca vu, putte.

Tutte s’abbracciano e si baciano.
Isidoro – Brave, e viva; e che la dura fin che la se rompe.

SCENA ULTIMA

Paron Vicenzo, Titta Nane, Toffolo e detti; poi servitore.

Vicenzo – Semo qua, lustrissimo.

Isidoro – Oh! vegní qua, Titta Nane, adesso xe el tempo che mi ve fazza cognosser se ve vôi ben, e che vu fe cognosser che sè omo.

Vicenzo – Gh’ho tanto dito anca mi a Titta Nane, che el me par mezzo a segno; e gh’ho speranza che el farà tutto quello che vuole el lustrissimo siò cogitore.

Isidoro – Via donca, mandé a monte tutto. Tornè amigo de tutti, e disponeve a sposar Lucietta.

Titta – Mi, lustrissimo? No la sposo, gnanca se i me picche.

Isidoro – Oh bella!

Lucietta – (Mo no xele cosse da pestarlo co fa el baccalà!)

Pasqua – Oe, senti: se ti credessi che t’avesse da toccar Checca, vara ve’, la s’ha da sposare co Toffolo (a Titta).

Fortunato – E mi cento uccati e dago.

Titta – Mi no ghe ne penso, che la se spose con chi la vuole.

Isidoro – E perché no voleu piú Lucietta? (a Titta).

Titta – Perché la m’ha dito va in malora, la m’ha dito.

Lucietta – Oh, vara ve’! E a mi cossa no m’astu dito?

Isidoro – Orsú chi vol, vol; e chi no vol, so danno. Vu altri a bon conto, Checca e Toffolo, deve la man.

Toffolo – So qua.

Checca – So qua anca mi.

Orsetta – Sior no, fermève, che m’ho da maridar prima mi.

Isidoro – Animo, Beppo, da bravo.

Beppo – Oe, mi no me farò pregare.

Lucietta – Sior no, se no me marido mi, no ti t’ha da maridar gnanca ti (a Beppo).

Pasqua – E la gh’ha rason Lucietta.

Toni – E mi cossa soggio? Mi no gh’ho da intrare? A mi no s’ha da parlare?

Isidoro – Voleu che ve lo diga? Andè al diavolo quanti che sé, che son stuffo (in atto di partire).

Checca – Via, che nol vaga (a Isidoro).

Fortunato – Tissimo (a Isidoro).

Orsetta – Che el se ferma (a Isidoro).

Fortunato – Tissimo (a Isidoro, fermandolo).

Libera – Che el gh’abbia pazenzia (a Isidoro).

Isidoro – Per causa vostra tutti i altri torà de mezzo (a Lucietta).

Lucietta – Via, lustrissimo, che nol me mortifica piú davanzo. Per causa mia no voggio che toga de mezo nissun. Se son mi la cattiva, sarò mi la desfortunà. Nol me vuol Titta Nane? Pazenzia. Cossa gh’oggio fatto? Se ho dito qualcossa, el m’ha dito de pezo elo. Ma mi ghe voggio ben, e gh’ho perdonà, e se elo no me vol perdonare, xe segno che nol me vuol ben (piange).

Pasqua – Lucietta? (con passione).

Orsetta – Oe, la pianze (a Titta Nane).

Libera – La pianze (a Titta Nane).

Checca – La me fa peccao (a Titta Nane).

Titta – (Maledío! Se no me vergognasse?)

Libera – Mo via, pussibile che gh’abbiè sto cuor? Poverazza! Vardè, se no la farave muover i sassi (a Titta Nane).

Titta – Cossa gh’astu? (a Lucietta, rusticamente).

Lucietta – Gnente (piangendo).

Titta – Via, animo (a Lucietta).

Lucietta – Cossa vustu?

Titta – Coss’è sto fiffare?

Lucietta – Can, sassin (a Titta Nane, con passione).

Titta – Tasi (con imperio).

Lucietta – Ti me vuol lassare?

Titta – Me farastu piú desperare?

Lucietta – No.

Titta – Me vorastu ben?

Lucietta – Sí.

Titta – Paron Toni, donna Pasqua, lustrissimo, co bona licenzia. Dame la man (a Lucietta).

Lucietta – Tiò (gli dà la mano).

Titta – Ti xe mia muggiere (sempre ruvido).

Isidoro – Oh bella! Oe, Sansuga? (al servitore).

Servitore – Lustrissimo!

Isidoro – Va subito a far quel che t’ho dito.

Servitore – Subito (parte).

Isidoro – A vu, Beppo. Sotto vu.

Beppo – Mi? La varda con che facilitae. Paron Fortunato, donna Libera, lustrissimo, co so bona grazia (dà la mano a Orsetta). Marío e muggiere.

Orsetta – Oh! adesso mo, marídete anca ti, che no me n’importa (a Checca).

Isidoro – Toffolo, chi è de volta?

Toffolo – Mi prima barca. Parò Fortunato, donna Libera, lustrissimo, co so bona licenzia (dà la mano a Checca)

Checca – Oe, la dota (a Isidoro).

Isidoro – Son galantomo, ve la prometto.

Checca – Tiò la man (a Toffolo).

Toffolo – Muggiere.

Checca – Marío.

Toffolo – E viva.

Fortunato – E viva allegramente. Muggiere, anca mi so’ in gríngola.

Servitore – Xe qua tutti, co la comanda (a Isidoro).

Isidoro – Novizzi, allegramente. V’ho parecchià un poco de rinfresco; gh’ho un per de sonadori; vegní con mí, che vôi che se devertimo. Andemo, che baleremo quattro furlane.

Orsetta – Qua, qua balemo, qua.

Isidoro – Sí ben, dove che volé. Animo, portè fuora de le careghe. Fe vegnir avanti quei sonadori; e ti, Sansuga, va al casin, e porta qua quel rinfresco.

Lucietta – Sior sí, balemo, devertímose, za che semo novizzi; ma la senta, lustrissimo, ghe vorave dir do parolette. Mi ghe son obligà de quel che l’ha fatto per mi, e anca ste altre novizze le ghe xe obbligae; ma me despiase, che el xe foresto, e col va via de sto liogo, no vorave che el parlasse de nu, e che andasse fuora la nomina che le Chiozzotte xe baruffante; perché quel che l’ha visto e sentío, xe stà un accidente. Semo donne da ben, e semo donne onorate; ma semo aliegre, e volemo stare aliegre, e volemo balare, e volemo saltare. E volemo che tutti posse dire: e viva le Chiozzotte, e viva le Chiozzotte.

TEATRO. La rappresentazione, affidata al Teatro Stabile del Veneto, da stasera a sabato alle 21.15

Quando l’arte accende il sorriso
Riecco «Le Baruffe chiozzotte»

Simone Azzoni

Presentata in Comune la commedia che va in scena al Teatro Romano Paolo Valerio: «Grande lavoro di squadra: sarà uno spettacolo popolare»

mercoledì 19 luglio 2017 SPETTACOLI, pagina 47

Sarà uno spettacolo divertente, giocoso. E l’atmosfera è quella anche nella conferenza stampa di presentazione delle «Baruffe Chiozzotte» in scena da stasera fino al 22 luglio al Teatro Romano alle 21.15. La prima per l’assessore alla Cultura Francesca Briani che si augura che Verona sia una città di teatro e «sicuramente lo sarà l’anno prossimo quando si ricorderanno i settant’anni del Festival Shakespeariano». Stagione quest’anno ancora diretta da Giampaolo Savorelli che con le Baruffe ha voluto valorizzare «il meglio della realtà artistica della regione». Terzo anno con lo Stabile del Veneto (dopo il Giulio Cesare e i Rusteghi). Ma la prima volta che lo Stabile produce questo Goldoni e «ne siamo contenti», ha sottolineato il suo presidente Massimo Ongaro. Importante lo sforzo per uno spettacolo costruito sulla lingua e quindi sul lavoro dell’attore a cui è andato il ringraziamento del regista Paolo Valerio: «Sarà uno spettacolo popolare, le Baruffe sono un progetto di squadra, quindi la ricerca degli attori è stato un momento fondamentale del lavoro». Il gruppo, coeso dopo un mese di prove, nasce su vecchie amicizie e nuovi compagni di viaggio. Paolo Valerio, nella parte di Beppo nella versione firmata da De Bosio nel 1888, ritrova qui anche Michela Martini (allora Lucietta e oggi Madonna Pasqua): «la coreografa Monica Codena ci ha costretti a ballare e a cantare, un grandissimo sforzo di vitalità e di energia per me, di cui ne sono assolutamente contenta», ha sottolineato l’attrice. Ma da quell’esperienza di trent’anni fa anche Stefania Felicioli (allora Checca e oggi Madonna Libera): «Ho ritrovato un entusiasmo dimenticato», ha aggiunto l’attrice. «Le Baruffe richiedono un lavoro rigoroso e la coralità nel linguaggio teatrale è più difficile di altri linguaggi. Ma c’è una compagnia all’altezza del lavoro che molto ha riguardato il corpo». Anche Piergiorgio Fasolo non è nuovo a Goldoni. In questa versione è nei panni del Cogitore. «Dovrebbero darmi il premio fedeltà, e credo che sarebbe giusto, creare una compagnia come in Francia, con un repertorio goldoniano». Gli attori già ci sono. Assieme ai decani anche Giancarlo Previati, Marta Richeldi, Francesco Wolf, Riccardo Gamba, Valerio Mazzucato, la veronesissima Francesca Botti, pimpante ed energica come sempre, e poi Margherita Mannino, Leonardo De Colle anche lui veronese ma con poche frequenze sui palchi nostrani, Luca Altavilla, e Vincenzo Tosetto di recente adozione in terra veneta. Non veneto è anche Antonio di Pofi che ha curato le musiche: «Non si può far una musica di teatro senza sapere colori e forme della scena. Ho avuto la fortuna di trovare una compagnia di giovani che cantano bene. È tutto un grande gioco e la musica l’ha sottolineato usando il pizzicato degli archi. Poi con la Codena ci siamo divertiti a tessere un tessuto strumentale canoro che portasse in evidenza la vitalità giovanile e infantile del testo». E così sarà, rudezza e leggerezza, aria e terra per un lavoro sognante e di grande immaginazione. Il rumore nei Campi di Chioggia è generato da litigi e gelosie in una piccola colonia di pescatori. Toffolo offre della zucca cotta a Lucietta, fidanzata di Titta Nane. Gesto che scatena chiacchiere e maldicenze fra Checca (che ama Toffolo) e Lucietta da una parte e Titta Nane e Toffolo dall’altra. Nello spirito elementare di questi personaggi la chiacchiera diventa dramma, si sguainano i coltelli, si misurano minacce e vendette. Ci penserà un bonario Cogitore a calmare gli animi e a benedire con le nozze dei giovani una pace lunga «finché non si romperà».La compagnia incontrerà il pubblico domani alle 17,30 in Biblioteca civica. Condurrà Maria Teresa Ferrari.

ESTATE TEATRALE. Romano quasi pieno per la prima nazionale della commedia di Carlo Goldoni

Le «Baruffe Chiozzotte»
fra divertimento e fantasia

Simone Azzoni

La regia di Paolo Valerio crea uno spazio permeabile, aperto, per far circolare parole e immaginazione Un lavoro corale, ma personaggi a tutto tondo, solidi

giovedì 20 luglio 2017 SPETTACOLI, pagina 44

Debutto ieri sera al Teatro Romano per «Le baruffe chiozzotte», con la regia di Paolo Valerio

Aria e luce. Immaginazione e divertimento: elegante, leggero. Le «Baruffe Chiozzotte» al Romano firmate da Paolo Valerio sono un lavoro sognante, diverso dalla versione neorealista e un po’ malinconica di Strehler. Forse c’è un inevitabile rimando per i teli con cui Antonio Panzuto ha avvolto e protetto come vecchi mobili le parole dei chioggiotti. Qui sono un riverbero bianco che diffonde luminosità e si tinge irrimediabilmente di rosa, il colore di quelle donne che “se no parla le crepa”. E poi ci sono quelle sedie su cui accasciarsi ai lati della scena finché altri portano avanti la tartana dello spettacolo. Sedie, tende, panni e tra loro un gran venticello, ora di calunnia, ora di quel capriccioso libeccio pronto “a far precipitar” gli animi più rissosi, a sollevar le gonne disegnate da Stefano Nicolao, a far litigare donne e uomini come bambini. C’è tanta aria sul palco su cui Monica Codena anima queste Bambocciate da Ricci. Le assi inclinate dicono il disequilibrio, le altezze difformi le diversità di censo. Lo spazio è aperto, permeabile, per far circolare parole e immaginazione. Spazio da mangiare con le battute che divorano i dialoghi. Spazio da battere a suon di zoccoli. Ritmo e rumore della terra che dialoga con il mare sul retro. Nella semplicità basta un niente: una gelosia, un corteggiamento e subito la tragedia lambisce questi quadretti usciti dal pennello di Roberto Longhi. Ecco l’eleganza di cui dicevamo prima. Queste Baruffe ci invitano a ballare con la musicalità del linguaggio sullo spartito di Antonio Di Pofi. Piermario Vescovo ha mantenuto “difficile” il testo, ma il pubblico ride ininterrottamente per due ore. Merito di un cast che sembra che abbia nel corpo la musica da mercato del pesce chioggiotto: Giancarlo Previati, Michela Martini, Marta Richeldi, Francesco Wolf, Riccardo Gamba, Valerio Mazzucato, Stefania Felicioli, Francesca Botti, Margherita Mannino, Leonardo De Colle, Piergiorgio Fasolo, Vincenzo Tosetto. Lavoro corale ma personaggi a tutto tondo, solidi. Gli innamorati hanno un peso specifico, energia e potenza (si pensi alle trovate arlecchinesche di Luca Altavilla). Le donne vitalità “alla De Bosio” e tutti una straordinaria umanità. C’è sì il tono pastello, l’atmosfera leggera, ma è il lavoro sull’umanità dei personaggi (perennemente in scena), che dà familiarità a queste relazioni, così contemporanee. Emozioni forti, prive di filtri, e una eccellente coralità che sa passarsi tanto la palla della dolcezza, quanto quella delle durezza. Si replica fino al 22 luglio. Oggi alle ore 17 e 30 la compagnia incontra il pubblico alla Biblioteca Civica.