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Patti Smith torna a Verona con Grateful


Teatro Filarmonico di Verona
Lunedì 8 maggio 2017, ore 21.00

Patti Smith – Grateful

Una serie di concerti che vedranno la sacerdotessa del rock accompagnata sul palco dai figli Jackson e Jesse Paris e dal bassista, chitarrista e direttore musicale Tony Shanahan.

Grateful ci ricorda l’omonima canzone presente nel suo album Gung Ho del 2000,  un sentimento scelto dalla poetessa del rock, che ha compiuto 70 anni a dicembre, per esprimere una vicinanza speciale verso chi da sempre la ama e la sostiene. Questa imperdibile serie di concerti darà la possibilità al pubblico italiano di ammirare ancora una volta lo spessore di un’artista che, dopo oltre quarant’anni di carriera, riesce ad esibirsi con la stessa grinta e spirito punk degli esordi.

Video del concerto

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Sono passati più di vent’anni – era l’estate del ’96 – dalla sua prima esibizione veronese, al Teatro Romano. Era appena uscito il bellissimo album «Gone Again», una sorta di elaborazione in rock dei diversi strazianti lutti che l’avevano colpita in quegli anni, e Patti Smith mandò in visibilio la platea con il suo carisma unico, la potenza incantatrice delle sue parole, la travolgente energia. Da allora è tornata altre volte in territorio scaligero (l’ultima nel 2015, in concerto ancora al Romano e ancora un’esibizione memorabile nell’ambito del festival Rumors, in cui le è stata conferita la Targa della Città).

E questa volta Patti arriva in compagnia del bassista, chitarrista e direttore musicale Tony Shanahan, e dei figli Jackson e Jesse Paris nati dal suo matrimonio con Fred «Sonic» Smith, già chitarrista degli MC5, storica rock band di Detroit. Ma arriva, soprattutto, da «poetessa laureata», non soltanto idealmente dalle platee rock, ma anche ufficialmente dall’Università di Parma che le ha conferito appunto una laurea honoris causa. «Le sue canzoni – ha detto il rettore Loris Borghi nel discorso di investitura – sono dotate di una qualità poetica intensamente visionaria»). Nella cerimonia Patti ha recitato una parte dell’ultima sezione di «Urlo» del suo grande amico Allen Ginsberg (scomparso vent’anni fa, la Smith gli era stata fisicamente accanto; al suo capezzale fino ai suoi ultimi giorni), quella che dichiara a voce alta come tutto sia «santo»: entusiastica affermazione di vita, fatta propria da Patti in tutti i versanti dell’attività artistica. Innanzitutto nella veste che più l’ha consacrata alla celebrità, quella di cantautrice rock. Perché se è vero che Patti nasce prima come autrice di versi che come rockstar, non c’è dubbio che la forza della sua poetica derivi in primis dal valore aggiunto del suo inconfondibile canto, del suo fascino scenico. Un connubio emozionale eccezionale tra le visioni della pagina scritta e la potenza catartica delle sue performance da vera rocker. Adesso magari Patti Smith – settant’anni compiuti lo scorso dicembre – può avere, come sarebbe naturale, perso qualcosa in termini di adrenalina e sfrontatezza fisica sul palco; ma carisma, autorevolezza e capacità di comunicare emozione sono rimasti integri.
Beppe Montresor


Patti Smith su dismappa