Prima all'Arena di Verona Aida 14 June 2013 - at 21:15 - Arena Opera in 4 acts by Giuseppe Verdi Libretto by Antonio Ghislanzoni Conductor Omer Meir Wellber Directed by Carlus Padrissa e Alex Ollé / La Fura dels Baus Set Roland Olbeter Assistant Director / Choreographer Valentina Carrasco Costumes Chu Uroz Lighting designer Paolo Mazzon INTERPRETERS The King Roberto Tagliavini Amneris Giovanna Casolla Aida Hui He Radames Fabio Sartori Ramfis Adrian Sampetrean Amonasro Ambrogio Maestri High Priestess Elena Rossi A messenger Carlo Bosi Spettacoli

Aida, nuova produzione per il Festival del centenario


Foto e video della prima di Aida di Giuseppe Verdi all’Arena di Verona con la regia de La Fura dels Baus, 14 giugno 2013


Gloria all’Egitto


Gli applausi a fine opera

Personaggi e interpreti

14 Giugno 2013 – ore 21:15 –  Arena
Opera in 4 atti di
Giuseppe Verdi
Libretto di
Antonio Ghislanzoni
Direttore d’orchestra Omer Meir Wellber
Regia di Carlus Padrissa e Alex Ollé / La Fura dels Baus
Scene Roland Olbeter
Assistente alla regia / Coreografa Valentina  Carrasco
Costumi Chu Uroz
Lighting designer Paolo Mazzon
INTERPRETI
Il Re Roberto Tagliavini
Amneris Giovanna Casolla
Aida Hui He
Radames Fabio Sartori
Ramfis Adrian Sampetrean
Amonasro Ambrogio Maestri
Sacerdotessa Elena Rossi
Un messaggero Carlo Bosi

Locandina Aida – Nuova produzione

14, 23, 27 giugno 2013 (ore 21.15)

3, 7, 9, 14, 18, 21, 28 luglio 2013 (ore 21.15) – 3 agosto 2013 (ore 21.00)

AIDA

Nuova produzione

Musica di Giuseppe Verdi

Libretto di Antonio Ghislanzoni

 

Direttore Omer Meir Wellber

Regia Carlus Padrissa e Àlex Ollé / La Fura dels Baus

Assistente alla regia / Coreografa Valentina Carrasco

Scene Roland Olbeter – Costumi Chu Uroz – Lighting designer Paolo Mazzon

Personaggi e interpreti

Il Re Roberto Tagliavini (14, 23, 27/6 – 3/7) Carlo Cigni (7, 9, 14, 18, 21/7) Sergej Artamonov (28/7 – 3/8)

Amneris Giovanna Casolla (14, 23, 27/6 – 28/7 – 3/8) Daniela Barcellona (3, 7, 9, 21/7) Elena Gabouri (14, 18/7)

Aida Hui He (14, 23, 27/6 – 18, 21/7) Maria José Siri (3, 7, 9, 14/7) Daniela Dessì (28/7 – 3/8)

Radamès Fabio Sartori (14, 23, 27/6 – 3, 7, 9/7) Jorge de León (14, 18, 21/7) Carlo Ventre (28/7 – 3/8)

Ramfis Adrian Sampetrean (14, 23, 27/6 – 3/7) Vitalij Kowaljow (7, 9, 14/7) Marco Spotti (18, 21, 28/7 – 3/8)

Amonasro Ambrogio Maestri (14, 23, 27/6) Marco Vratogna (3, 7/7) Andrzej Dobber (9, 14, 18/7) Alberto Mastromarino (21, 28/7) Leonardo López Linares (3/8)

Un messaggero Carlo Bosi (14, 23, 27/6 – 3, 7/7) Riccardo Botta (9, 14, 18, 21, 28/7 – 3/8)

Sacerdotessa Elena Rossi

Rassegna stampa Aida

Arena di Verona: grandi applausi per l’Aida

La versione di Fura dels Baus riscuote successi

Milano- Quella di ieri è stata una serata davvero speciale per gli amanti della musica lirica. Dall’Arena di Verona è andata in scena la prima rappresentazione dell’Aida di Giuseppe Verdi per la regia di: La Fura dels Baus, il collettivo di artisti spagnoli famosi in tutto il Mondo per i loro allestimenti.Per l’inaugurazione del Festival del Centenario all’Arena scaligera i due registi catalani hanno messo in scena un allestimento quanto mai sorprendente, in stile con lo spirito artistico con cui ci hanno da sempre abituato. Scenografie spettacolari e tecnologiche al servizio degli immensi spazi areniani. Dune di sabbia sullo sfondo con un palco dominato da gru e impalcature vertiginose. Una marcia trionfale all’insegna della tecnologia con cammelli ed elefanti meccanici, giochi di fuoco e spettacoli luminosi.

La direzione dell’orchestra era affidata al Maestro israeliano Omer Meir Wellber, mentre il cast annoverava Hui He nel ruolo di Aida, molto apprezzata dal pubblico presente, Fabio Sartori in quello di Radames potente ed efficace nella parte, Roberto Tagliavini nel ruolo del Re d’Egitto e Giovanna Casolla, storica Amneris. Ovviamente il tutto accompagnato dall’impeccabile Coro dell’Arena di Verona. Per tutti loro applausi a scena aperta per aver sostenuto ruoli così impegnativi in un’occasione tanto speciale quanto rischiosa.

Uno spettacolo faraonico, durato oltre quattro ore ma che ha saputo stupire ed impressionare chi vi ha partecipato. Tra l’altro la prima di “Aida” è stata visibile anche sul canale 729 di Sky (Classica HD) offrendo così agli spettatori di tutta Italia un evento nell’evento in occasione dello spettacolo inaugurale del Festival del Centenario all’Arena scaligera. Una magia che è pronta a ripetersi per tutta quest’estate. (fonte)

 

Un cd imperdibile, a maggior ragione per i veronesi, per i quali la stagione areniana è una consuetudine che si ripete dal 10 agosto 1913, quando per la prima l’anfiteatro ospitò, grazie all’intuizione del tenore veronese Giovanni Zenatello, la rappresentazione di Aida. È 1813-2013. 200 anni di Verdi (etichetta Azzurra Music) che la Fondazione Arena e il nostro giornale, in collaborazione con Cattolica, regaleranno ai lettori martedì prossimo, 18 giugno, in occasione del festival del Centenario. Il cd, oltre 50 minuti di musica, presenta le più belle opere del compositore di Busseto nato due secoli fa: si tratta di registrazioni effettuate in Arena durante messe in scena di Aida, Nabucco, La Traviata, Rigoletto e Il Trovatore, cioè gli stessi titoli in cartellone in questa stagione. Sono tutte esecuzioni dell’orchestra e del coro dell’Arena con il maestro Giovanni Andreoli (diversi sono invece i direttori). Di Aida l’opera contiene il Preludio (strumentale, 3’17” la durata) e il Trionfo dall’Atto II: Gloria all’Egitto, ad Iside, la Marcia trionfale e Vieni o guerriero (strumentale e coro, 11’30”). La registrazione è stata fatta il 26 giugno di due anni fa, con direttore Daniel Oren. La registrazione da Nabucco è stata invece effettuata il 21 agosto 2011: la Sinfonia (strumentale, 6’57”) e il Va’, pensiero, sull’ali dorate (coro, 5’29”) dall’Atto III furono eseguite con la direzione di Julian Kovatchev. La Traviata è quella del 17 giugno 2011, diretta da Carlo Rizzi: vengono presentati il Preludio (strumentale, 3’40”), il corale Brindisi: Libiamo ne’ lieti calici (3′,06″, dove Alfredo è Francesco Demuro e Violetta è Ermonela Jaho), Noi siamo zingarelle (coro, 2’59”) e Di Madride noi siam mattadori (coro, 2’32”) entrambi dall’Atto II. Il Trovatore è di tre anni fa: le esecuzioni sono state registrate il 7 agosto 2010. Si tratta del coro Vedi! Le fosche notturne spoglie (4’09”) dall’Atto II e di Squilli, echeggi la tromba guerriera (2,31″) dall’Atto III, con direzione di Marco Armiliato. Infine Rigoletto, dalla registrazione del 2 agosto 2008: il cd presenta il Preludio (strumentale, 2’21”) e il coro Zitti, zitti (1′,41″) dall’Atto I con la direzione di Renato Palumbo Le registrazioni provengono dall’archivio storico della Fondazione Arena. Sono effettuate in «natural sound» e potrebbero presentare delle imperfezioni dovute alle riprese dal vivo, ma l’autenticità e la freschezza delle esecuzioni costituiscono il fascino del cd. Il Mastering a cura di Filippo Lanteri di Audio Classica.  «Abbiamo aderito con piacere all’invito de L’Arena di sponsorizzare il cd con le celebri arie verdiane in occasione del Festival del Centenario del nostro ente lirico che coincide tra l’altro con il bicentenario della nascita di Verdi», spiega Paolo Bedoni, presidente di Cattolica. «Il Festival è un grande evento che porta più che mai Verona al centro dell’attenzione internazionale. È positivo che le energie migliori della città si sentano impegnate a sostenerlo e a promuoverlo anche per dare un forte impulso, soprattutto in un periodo così difficile, al turismo e all’economia del territorio». Cattolica, aggiunge il presidente, «è convinta che sempre di più la cultura debba svolgere un ruolo trainante per la qualificazione dello sviluppo della città e del suo hinterland anche per aprire nuove occasioni di realizzazione e lavoro per le nuove generazioni». (fonte)

La prima di Aida che ha aperto il festival del Centenario ha richiamato migliaia di spettatori che hanno affollato l’Arena per una rappresentazione altamente tecnologica e innovativa ma rispettosa della tradizione: bravi i cantanti, perplessità sull’allestimento. Un debutto del Festival molto atteso, così come era atteso il ministro per i Beni culturali Massimo Bray che invece ha dato forfait per il Consiglio dei ministri di questa mattina (aerei e treni per tornare a Roma dopo lo spettacolo areniano ci sono a tutte le ore, però). Un forfait inatteso, quello del ministro, che pare abbia un po’ infastidito sia la Fondazione Arena che il Comune. Il sovrintendente Francesco Girondini è diplomatico: «Mi dispiace, però la stagione è lunga, spero di averlo ospite più avanti». Anche il sindaco Tosi conviene che «sicuramente avrà avuto qualche impegno istituzionale che gli ha impedito di venire, ma lo aspettiamo in una delle prossime serate». Tosi però avrebbe fatto volentieri due parole con il ministro sul futuro della lirica. A Bray, infatti, l’Associazione dei Comuni (Anci) ha chiesto un incontro sulla riforma perchè le fondazioni lirico-sinfoniche vivono «una crisi che rischia di mettere in ginocchio un settore strategico per la produzione culturale nazionale, molto apprezzato anche oltre confine». E in questo senso si sono già mossi sia il sindaco Flavio Tosi che il sindaco di Firenze Matteo Renzi, al fine di garantire un solido futuro alla musica e alla lirica. Temi sui quali Giancarlo Galan, presidente della Commissione Cultura della Camera, dopo aver detto in merito all’assenza di Bray che «ha fatto male, alla prima si deve andare», non si è tirato indietro: «La situazione delle 14 Fondazioni liriche italiane è penosa; tutte o quasi accusano pesanti deficit perché la legge non consente di coinvolgere in modo adeguato i privati. Bisognerà far fronte in qualche modo a questa situazione. Anche a Verona dove ci si aspetterebbe un risultato attivo straordinario, non è così invece perché i privati non sono incentivati dalla legge a entrare nella Fondazione». Quindi? «Evidentemente», ha concluso l’ex presidente della Regione, «la legge non funziona più, bisogna trovare incentivi veri perchè non è possibile che l’Italia non appoggi la lirica che è un suo grande patrimonio. Detto questo, 14 Fondazioni sono proprio troppe per il nostro Paese». Quanto al rapporto tra amministrazione e sovrintendenze, che anche di recente si sono scontrate sull’utilizzo dell’anfiteatro, Galan osserva: «La sovrintendenza sbaglia, sono assolutamente dell’idea che l’Arena debba essere contenitore di manifestazioni importanti come quelle che erano in programma».  Sul fatto che attualmente lo Stato non sia in grado di sostenere tutte le 14 Fondazioni è d’accordo anche il sottosegretario all’Economia Alberto Giorgetti: «Non c’è dubbio che il Fus deve essere riorganizzato meglio, ma io credo che resti un elemento fondamentale per le Fondazioni. Serve una razionalizzazione, basta alle Fondazioni che non hanno pubblico. Sulla partecipazione di privati nelle Fondazioni e nei beni culturali, abbiamo ricevuto una delega fiscale e ci muoveremo presto». Sul fatto che, tra le 14 Fondazioni, Verona abbia i numeri per candidarsi ai primi posti, si dice convinto il sindaco Tosi: «Il criterio, poichè non ci sono fondi per tutti, deve essere quello della meritocrazia: se così è, noi siamo tranquilli». Sulla questione interviene anche Maria Pia Garavaglia, consigliere della Fondazione Arena: «Questo centenario è davvero sottotono. Si tratta di un evento mondiale, non di un fatto che tocca solo Verona. Dopo la conclusione del Festival farò una relazione alla Fondazione su quanto è mancato. È ora di capire che la cultura è un’opportunità straordinaria capace di dare lavoro».

In principio, nell’anno 1913, insieme allo spazio scenico più grande del mondo e alla possibilità di rendere kolossal l’opera, con Aida in Arena si scoprì un Egitto in stile liberty, forgiato sull’immaginario colto e alla moda di Ettore Fagiuoli, decorativo e squisitamente elegante. Un’icona che ci parla ancora adesso. Oggi, all’inaugurazione del festival del Centenario, la celebre Fura dels Baus, grande nome del teatro internazionale d’innovazione, inscena un’Aida post-postmoderna: tecnologica, sdegnosamente anti-decorativa, scarna ancorché affollata di figuranti che dilagano anche in platea. Salvo un cenno all’inizio, quando si assiste alla scoperta di un reperto archeologico rapidamente stivato in casse destinate al British Museum, di Egitto neanche l’ombra. La scena è vuota, con l’eccezione di due tralicci molto alti al centro, fra i quali è sistemato una specie di carro-ponte basculante, e altri quattro più piccoli ai lati, due per parte. Nella prima scena, una serie di mimi in tuta e caschetto srotolano davanti a Radames un telo, ma nessuno, tranne forse chi è seduto nell’ultimo gradone, sotto all’ala, ha il bene di scoprire a che serve. Poi arriva il fuoco vivo di insegne ardenti, sorge la luna nella notte sacra all’immenso Fthà. Le attesissime dune gonfiabili si dispongono lungo le gradinate e alla fine sembrano piuttosto delle gigantesche meringhe un po’ afflosciate. Al Trionfo vedi passare figuranti su delle specie di autoscontro con l’insegna dello scarabeo reale. Mentre nugoli di schiavi edificano una sorta di specchio riflettente fra i due tralicci maggiori, sfilano cammelli e un elefante meccanico. Partono moderati applausi ma anche qualche buu dalle gradinate. In scena intanto arrivano bidoni di materiale radioattivo, due muletti trasportano casse con la scritta “confiscato”. Forse sono quelle dell’inizio: meno male, un tocco di “politically correct” ci voleva. Finisce l’atto e la durata dell’applauso è di 28 secondi. All’Arena, praticamente nulla. Ci si inoltra nella notte, al momento di chiudere in tipografia, il terzo atto ancora non è iniziato. Fino a questo momento, l’impressione è essenzialmente quella di un’occasione perduta; domani ulteriori ragguagli. Musicalmente, l’esecuzione si valeva della bacchetta talentuosa del giovane Omer Meir Wellber, esperto di Aida ma non di Arena. La sua lettura è risultata talvolta non abbastanza incisiva per “passare” negli spazi dell’anfiteatro, improntata a una morbida ed elegante drammaticità, misurata sulle esigenze della compagnia di canto. In quest’ultima svetta l’Aida di Hui He, sempre più dentro al ruolo grazie a una vocalità duttile e potente, che bilancia con fascinosa musicalità le esigenze liriche e quelle drammatiche. Positivo il Radames di Fabio Sartori, squillante ma sempre misurato; interessante il Ramfis di Adrian Sampetrean, che ha bel timbro brunito e fraseggio ben articolato. Opaca, invece, l’Amneris di Giovanna Casolla, cui non basta il temperamento per dare il giusto smalto al suo formidabile personaggio. (fonte)

VERONA—Un’«Aida» confezionata su misura per l’Arena che ha traghettato nel suo secondo centenario di lirica l’anfiteatro veronese scrivendo un nuovo capitolo nella storia dell’opera all’aperto. Attuale e sorprendente, così può essere definita la più esotica delle opere di Giuseppe Verdi nella mani di Carlus Pandrissa e Àlex Ollé, i due registi de La Fura dels Baus che ieri sera a Verona hanno dato vita all’«Aida» destinata a diventare un ponte tra passato e futuro. Nessun obelisco o piramide in scena, solo simboli dell’antica cultura egizia stilizzati e reinterpretati nella forma e con materiali all’avanguardia. Niente animali vivi, per rispetto, ma solo un elefante e una famiglia di cammelli meccanici. E non è la musica di Verdi ad aprire la serata, ma un «preludio» lungo quindici minuti che riproduce il sibilo del potente vento del deserto e crea un certo stupore tra il pubblico che non era preparato alla novità.

 

Davanti agli occhi dei 14mila spettatori si muove una spedizione di archeologi occidentali al comando di figuranti con il piccone in mano, per non dimenticare lo sfruttamento della manodopera indigena avvenuto durante la costruzione del Canale di Suez, all’inaugurazione del quale Verdi si rifiutò di scrivere un inno, che imballano i pezzi di una statua ritrovata per spedirli al British Museum. Enormi dune di sabbia gonfiabili vengono strotolate sul Ritorno al vincitor sulle gradinate del retropalco. Al centro della scena viene costruito quello che nell’idea della Fura è il bottino di guerra di Radamés, una centrale solare alta 22 metri, che trova il suo completamento nel momento del Trionfo. Luce che allude a Ra, dio del sole egizio, luce come metafora dell’amore autentico e immortale di Aida che trionfa pur nel sacrificio della vita. La stessa favola archeologica senza lieto fine di sempre. E come in un flashback la memoria viaggia a ritroso nel tempo. Splendeva la luna la sera del 10 agosto 1913, dopo tre giorni di cielo tempestoso. Faceva caldo. Già dal pomeriggio Piazza Bra brulicava dei 14.000 fortunati con il biglietto in mano in attesa dell’apertura dei cancelli e di curiosi che osservavano quello che, anche da fuori, era uno spettacolo. Carrozze, signore in abiti da sera, uomini in alta uniforme e altri con l’elegante paglietta in testa, tutti aspettavano l’evento che avrebbe cambiato la vita di Verona.

I giornali, di tutto il mondo, ne parlavano da settimanetanto che gli alberghi in città erano esauriti dai primi giorni di agosto. Gente comune ma anche giornalisti, tra cui Franz Kafka come cronista inviato dal suo giornale di Praga, intellettuali, come lo scrittore russo Massimo Gorki in esilio a Capri, e il gotha musicale dell’epoca, Giacomo Puccini, Pietro Mascagni, Luigi Illica, Arrigo Boito, Ildebrando Pizzetti, Riccardo Zandonai, Italo Montemezzi. Alle 20.30, sotto la luce delle fotoelettriche dell’esercito e sotto gli occhi della folla accomodata sulle sedie in platea prestate delle chiese di Verona e sulle immense gradinate, il celebre direttore d’orchestra Tullio Serafin, allora trentacinquenne e nel pieno di una brillante carriera, salì sul podio e diede il via a quell’ «Aida» che inaugurò la prima vera e propria Stagione Lirica della storia di Verona. 120 professori d’orchestra, 180 coristi, 36 ballerine, 40 ragazzi, 280 comparse, 50 corifee, 12 trombettieri, una banda sul palcoscenico, trombe egiziane, 30 cavalli si muovevano tra le scene di Ettore Fagiuoli. Sfingi, obelischi, carri da guerra, vasi sacri, troni, bracieri, idoli stupirono gli spettatori trasformando l’opera di Verdi in un vero e proprio kolossal cinematografico dal successo senza precedenti. Anche ieri sera il cielo sopra Verona, esattamente come 100 anni fa. A calcare il palco dell’Arena era terso, oltre agli interpeti principali, 175 artisti tra comparse, mimi e figuranti, 164 coristi, 40 ballerini, e 5 animali meccanici.

Sul podio Omer Meil Wellber: ha tre anni in meno in Serafin e carisma capace di tradurre il gesto in suono, di governare buca e palcoscenico con tensione teatrale costante e di guidare con padronanza ed elasticità un cast collaudato in questi ruoli. L’Amneris passionale di Giovanna Casolla, l’Amonasro padre altero, furioso di Ambrogio Maestri, il Radames fiero di Fabio Sartori. Bene il Re di Roberto Tagliavini; Aida, Hui He è impeccabile nella tessitura centrale e alta.E la magia dell’Arena è immutata, ieri, oggi, tra altri cent’anni. (fonte)

Rendere omaggio alla tradizione, grazie allo spettacolo d’epoca puntigliosamente esemplato su quel che sappiamo avvenne la sera del 10 agosto 1913, protagonista sulla scena dell’anfiteatro dagli anni Ottanta. E guardare avanti, proponendo un’Aida nuova che indichi una via alternativa, per delineare l’inizio di una possibile diversa tradizione. Nel centenario dell’Arena, il progetto della Fondazione era (anche) questo: idea apprezzabile, non (solo) conservativa e in quanto tale coraggiosa. Sulla carta, anche la scelta dell’interprete di questo «passo avanti» sembrava opportuna: La Fura dels Baus è una compagnia che gode di generale considerazione, una di quelle firme che più di molti altri protagonisti dell’innovazione teatrale viene considerata capace di creare spettacoli rigorosi ed eloquenti, visionari e accattivanti. Archiviata la prima, l’impressione resta quella raccontata ieri «in diretta». L’Aida della Fura è un’occasione perduta, il che non significa che il progetto che ha portato i catalani in Arena sia sbagliato. Ma rappresentare l’opera non è una scienza esatta e l’incidente di percorso è sempre possibile. IN QUESTO CASO, i registi Carlus Pedrissa e Àlex Ollé hanno considerato lo spazio archeologico-monumentale come una cornice generica, utile all’idea di un’Aida kolossal giocata fra i poli dello spazio vuoto e della folla. Il tutto, però, secondo una linea di sconcertante indifferenza alla drammaturgia verdiana e alla sostanza psicologica di personaggi che raramente nel melodramma ottocentesco sono scolpiti con simile profondità. Di fatto, proprio per questo è possibile un’Aida senza Egitto, e non è l’assenza dell’esotico a rendere poco riuscito lo spettacolo della Fura. E nemmeno il fatto che il tratto scenico (firmato da Roland Olbeter) sia minimalista o «industriale». Ma se ciascun cantante è lasciato a se stesso, libero di non guardare nemmeno il personaggio con cui si confronta, e magari «collocato» in scena secondo la più vieta tradizione all’antica italiana. Se tutta l’attenzione del pubblico viene focalizzata su dettagli più o meno «insoliti» perché tecnologici, di immaginario vagamente fantascientifico, in qualche caso anche suggestivi (terzo atto, prima scena del quarto) ma non di rado di gusto francamente opinabile (i costumi di Chu Uroz resteranno nella memoria, oltre che il loro figurinismo da film, per l’invenzione delle luci incorporate). Se l’apparato tecnico e il gusto di particolari ininfluenti finisce per prevaricare l’invenzione e il racconto, allora il risultato è uno spettacolo «evanescente» nonostante la sua forte «materialità», che non incide mai, non emoziona, non rende partecipi. Nemmeno con il vero unico «colpo di teatro» conclusivo, quando la «fatal pietra» è il mastodontico specchio costruito durante il Trionfo, che si richiude a vista sugli infelici amanti. Uno spettacolo che, un po’ narcisisticamente, si rende sufficiente a se stesso e sembra tenere Verdi come l’autore di una colonna sonora, che si può anche sovrastare come avviene nel primo atto, quando le mezzevoci di Aida sono sommerse dai soffi delle dune mobili che si gonfiano. IL DIRETTORE Wellber è sembrato intimidito più che dal suo debutto in Arena da questo approccio scenico e drammaurgico ed è riuscito a fare emergere la sua linea intepretativa – eleganza, colore, lirismo nitido e incisivo, sfumature peraltro ardue all’aperto – solo in pochi casi, ma meglio nel terzo e nel quarto atto che nei primi due. Del cast si è detto, salvo di Ambrogio Maestri, Amonasro, che ha cantato un terz’atto con vocalità furente e non sempre controllata, in uno stile quasi veristico che poco si addice al capolavoro di Verdi. Il coro istruito da Armando Tasso ha fatto valere la sua esperienza. DIECI le repliche: il 23 e 27 giugno, il 3, 7, 9, 14, 18, 21 e 28 luglio e il 3 agosto. (fonte)

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