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Il giardino sospeso – Musica dell’ora media a San Nicolò all’Arena


CHIESA DI SAN NICOLO’ ALL’ARENA – VERONA

Domenica 24 novembre dalle ore 10 alle ore 11 a San Nicolò – Concerto d’organo con Francesco Bellomi
Domenica 27 ottobre 2013, ore 10.00

Il Giardino Sospeso
Musiche dell’ora media
Le jardin suspendu


«Le Jardin suspendu, c’est l’idéal
perpétuellement poursuivi et fugitif
de l’artiste, c’est le refuge inaccessible
et inviolable.»

Jehan Alain (1911-1940)

ORGANISTA: Francesco Bellomi

Trascrizioni improprie, ovvero musiche fatte con niente”

[learn_more caption=”Programma”]

John Cage                                                          Ophelia (1946) (originale per piano)

(1912-1992)                                                       Dream (1948) (originale per piano o per viola)

Eric Satie                                                            Ogives Ia, IIa, IIIa e IVa. (originale per Piano)

(1866-1925)

Jean Alain                                                          dalle      Mitologie Giapponesi: variazioni su un corale

(1911-1940)                                                       (originale per piano)

Tu whit, to whoo Trio                    Tu whit, to whoo (1989)

(Sbibu-Benini-Terragnoli)           (originale per flauti chitarra elettrica e percussioni)

Costanza Bissoli                                               Ombre  (2013 – originale per piano)

Georges Ivanovitch Gurdjieff    n. 17 Melodia dei pastori Curdi,

(1877-1949)                                                       n. 20 Danza dei pescatori

                                                n. 36 Canto armeno

                                                                              n. 38 Melodia Afgana

Béla Bartók                                                       Bagatella n. 4

(1881-1945)                                                       (dalle 14 Bagatelles op 6 per piano)

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[learn_more caption=”Presentazione”]

Tutti i brani di questo concerto non sono stati scritti per organo, e non sono nemmeno trascrizioni d’autore, come quelle, meravigliose, che J.S. Bach ha realizzato partendo da musiche proprie o di altri musicisti.

Sono semplicemente brani nati per altri strumenti che vengono qui “impropriamente” suonati con uno strumento diverso da quello originale, in questa caso l’organo.

Non è una novità: nel periodo rinascimentale e barocco innumerevoli brani sono stati scritti per ogni sorte di strumenti e potevano essere suonati con un’ampia varietà di combinazioni strumentali. Si faceva un po’ per rendere la musica più vendibile, un po’ per tradizione, e un po’ anche perchè la filologia musicale non era ancora diventata una mania e ascoltare musica suonata con strumenti diversi da quelli pensati dall’autore non era ancora considerato un peccato mortale.

Come si fa a scrivere un pezzo per ogni sorte di strumenti? Ci si pongono dei limiti nella scrittura strumentale, in quello che potremmo chiamare il “disegno” della musica, evitando tutte quelle figurazioni che sarebbero comode su un determinato strumento ma scomodissime e talvolta impossibili su qualche altro strumento.

Questo insieme intersezione delle scritture possibili su tutti gli strumenti è limitato, ma per vari secoli è stato sufficiente per esprimere musicalmente tutto quello che si voleva, anzi, secondo l’osservazione del divino Lionardo “povertà di mezzi aguzza lo ingegno” si vede chiaramente che proprio questo limite fu una solida base per le invenzioni sonore dei musicisti.

La povertà dei mezzi è in effetti una costante che attraversa tutta la storia dell’arte e dell’invenzione (anche scientifica), e alcuni autori l’hanno ricercata e praticata più di altri.

L’iperbole del titolo “musiche fatte con niente” indica proprio questo: musiche fatte con il minimo dei mezzi, estremamente povere di materiali, con dei limiti formali, o strutturali o di scrittura assai forti.

Il secondo brano di Cage, ad esempio, è nato per viola, ma l’autore ne ha fatto una versione anche per pianoforte, senza nemmeno cambiare l’impaginazione e mettendo solo “for piano” nel sottotitolo. Uno dei rari casi un cui un pianista è costretto a leggere in chiave di contralto. E’ un brano quasi esclusivamente melodico, che talmente pochi ritmi e disegni melodici da richiamare perfino epoche lontanissime della musica (gregoriano). Questa sorta di medioevo immaginario si ritrova anche nelle quattro Ogives di Satie. Tutte con una rigida alternanza antifonale di Solo-Tutti: uno dei comportamenti più primitivi e arcaici della musica.

Le quattro brevissime variazioni di Alain, ispirate a eventi della mitologia giapponese, non possono non richiamare il gusto (all’epoca assai vivo in Francia) per le stampe giapponesi, e per la loro immediatezza di segno e apparente ingenuità coloristica. Tratti che avevano sedotto molti pittori europei (Van Gogh ad esempio) tra fine ‘800 e primo ‘900.

Quando ascoltai per la prima volta il trio veronese Tu whit, to whoo in un teatrino di San Giovanni Lupatoto ne fui folgorato. La loro musica realizzava già magnificamente quell’equilibrio tra economia di mezzi e risultato che è sempre stato il mio chiodo fisso. All’epoca (1989) feci una trascrizione del primo brano del loro disco appena pubblicato (Tu whit, to whoo appunto) ma non per suonarla. Mi basai su di essa per scrivere una recensione per il bimestrale “Brescia Musica” dove analizzavo nei dettagli i primi trenta secondi di questo brano misterioso e affascinate.

Quando passai il disco al collega organista U.F. me lo restituì un po’ schifato dicendomi: “ma questa musica è fatta con niente!”  Per lui era un critica, ma io lo presi per il più grande elogio che si potesse fare a questo trio e alle sue musiche.

Il brano di Costanza Bissoli si mantiene sulla stessa linea di economia di mezzi e di introspezione. Una sorta di improvvisazione scritta dove gli eventi si susseguono e si trasformano con la stessa elegante lentezza delle nuvole che, a volte, solcano i nostri cieli.

La singolare figura di Georges Ivanovitch Gurdjieff è invece una scoperta recente dei musicisti (Keith Jarrett ha inciso tutte le sue Danze sacre e i gli altri brani pianistici). Gurdjieff non era un musicista e per scrivere questi brani si fece aiutare dal compositore Thomas de Hartmann che mise sulla carta quello che Gurdjieff aveva nella testa.

Sono brani di una ingenuità e di una poesia strabilianti, che ci raccontano di un mondo lontano e vivissimo; lo stesso mondo che ritroviamo negli scritti di questo autore (ad esempio Incontri con Uomini Straordinari, Adelphi, 2008). Non si tratta si trascrizioni di musiche popolari come le farebbe un etnomusicologo ma di una sorta di “ricordi musicali” delle melodie originali che questo singolare personaggio utilizzava nelle sue danze sacre e nelle sue pratiche filosofico-religiose.

La Bagatella n. 4 di è invece una vera melodia popolare ungherese armonizzata, con meravigliosi e poderosi blocchi di accordi, da Béla Bartók. Tutto omoritmico e “primitivo” nella scrittura quanto meraviglioso nel risultato.

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