Video applausi

Marco Paolini, Studio per un nuovo album


Teatro Nuovo di Verona
Rassegna Il Grande Teatro
13-14-15-16-17 dicembre 2016, ore 20.45; 18 dicembre ore 16.00
Incontro con Marco Paolini (ingresso libero) Giovedì 15 dicembre, ore 17.00

Studio per un nuovo Album – Numero primo

di Gianfranco Bettin, Marco Paolini
con Marco Paolini
regia Marco Paolini

Applausi alla prima veronese

Il Grande Teatro (rassegna organizzata dal Comune di Verona e dal Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale con Unicredit come main partner) prosegue – il 13 dicembre alle 20.45 al Teatro Nuovo – con Marco Paolini che presenta il suo ultimo spettacolo Studio per un nuovo album. Numero primo scritto a quattro mani con Gianfranco Bettin. La regia dello spettacolo, prodotto da Jolefilm, è dello stesso Paolini. È intanto uscito nelle sale nazionali, riscuotendo grande successo, il film La pelle dell’orso di Marco Segato di cui Paolini è protagonista. Drammaturgo, regista, attore, scrittore e produttore, Marco Paolini è un’icona del teatro di narrazione abbinato all’impegno civile. Dai suoi Bestiari ai suoi numerosi Album teatrali, dal suo celeberrimo Racconto del Vajont trasmesso su RaiDue nel 97 ai tredici successivi eventi televisivi trasmessi da RaiTre nel 2005 e pubblicati da Einaudi, dagli spettacoli trasmessi da La7 tra il 2007 e il 2012 – col Sergente nella neve che stabilì per La7 un record di ascolti (1.200.000 spettatori) e di share (5,7%) – alle numerose performance in contesti extrateatrali, sono state tantissime le occasioni per apprezzarlo in questi anni. Anche a Verona dove l’ultima volta, lo scorso aprile proprio al Nuovo, ha interpretato con un gruppo di giovani attori palestinesi e italiani Amleto a Gerusalemme – Palestinian kids want to see the sea, spettacolo scritto a quattro mani con Gabriele Vacis, frutto di laboratori svoltisi a Gerusalemme l’anno prima. Sul filo della memoria, in Numero primo Paolini racconta di un padre e di un figlio in viaggio nel Nord Est italiano, tra le nevrosi della modernità, l’invadenza della tecnologia e alcuni scenari fantascientifici. Più ancora di ieri, quando gli Album raccontavano soprattutto storie d’iniziazione, questo nuovo lavoro tende a parlare in modo diretto di oggi, della realtà attuale, drammaticamente alle prese con una pervasiva rivoluzione tecnologica. Marco Paolini e Gianfranco Bettin, coautori di questo nuovo lavoro, sono partiti da alcune domande: Qual è il rapporto di ciascuno di noi con l’evoluzione delle tecnologie? Quanto tempo della nostra vita esse occupano? Quanto ci interessa sapere di loro? Quali domande ci poniamo e quali invece no a proposito del ritmo di adeguamento che ci impongono per stare al loro passo? Quanto sottile è il confine tra intelligenza biologica e intelligenza artificiale? Se c’è una direzione c’è anche una destinazione di tutto questo movimento? «Ho un’età – dice Marco Paolini – in cui non sento il bisogno di guardare indietro, di ricostruire, preferisco sforzarmi di immaginare il futuro. Ho così fatto un Album con nuovi personaggi. Parlo della mia generazione alle prese con una pervasiva rivoluzione tecnologica. Parlo dell’attrazione e della diffidenza verso di essa, del riaffiorare del lavoro manuale come resistenza al digitale. Parlo di biologia e di altri linguaggi, ma lo faccio seguendo il filo di una storia più lunga che forse racconterò a puntate come ho fatto con i primi Album». Lo spettacolo racconta un futuro probabile fatto di cose, di bestie e di umani rimescolati insieme come le carte di un mazzo prima di giocare. Numero primo è il soprannome del protagonista, un bambino nato chissà dove, generato da un evoluto programma di laboratorio. È figlio di Ettore e di madre incerta. Accanto a lui cose e bestie, anche loro con le proprie voci e i propri pensieri. L’orizzonte temporale immaginato riguarda i prossimi cinquemila giorni, tredici anni circa. Pensando a quanto il mondo delle cose sia cambiato nei cinquemila giorni appena trascorsi, più che necessario guardare al futuro con il beneficio del dubbio rispetto a ciò che oggi è ancora inverosimile.

GRANDE TEATRO. Da domani a domenica al Teatro Nuovo con il testo «Studio per un nuovo album. Numero primo»

La fantascienza secondo Paolini
«Bisogna essere attori del futuro»

Simone Azzoni

L’attore: «Detesto le previsioni apocalittiche. Non è una storia realistica tra un padre e un figlio, ci sono salti di immaginazione»

lunedì 12 dicembre 2016 SPETTACOLI, pagina 51

Domani sera alle 20.45 al Teatro Nuovo c’è Marco Paolini (repliche fino a domenica pomeriggio) con il suo ultimo spettacolo «Studio per un nuovo album. Numero primo», scritto a quattro mani con Gianfranco Bettin. La regia dello spettacolo, prodotto da Jolefilm, è dello stesso Paolini.Si racconta un futuro probabile, «Numero primo» è il soprannome del protagonista, un bambino nato chissà dove, figlio di Ettore e di madre incerta. Accanto a lui, cose e bestie, anche loro con le proprie voci e i propri pensieri.Gli Album questa volta guardano al futuro?Anche questa volta vorrei disegnare un diario articolato in almeno due o tre puntate. Negli Album il punto di vista era la memoria. Oggi non mi interessa l’autobiografia.Il punto di vista è quello di un adulto accompagnato da un bambino. Il narratore chi è?Un padre e un figlio. E tutta la storia viene immaginata nei prossimi anni venti. Ma non è una storia realistica, ci sono salti di immaginazione. Mi sembrava necessario: io sono cambiato e le persone sono cambiate grazie alla tecnologia.Lei dice “grazie”. Il futuro è un’utopia realizzata o un grumo di tragedie? Detesto le previsioni apocalittiche e gli scenari post catastrofe. Oltre ad essere grossolani, sono di cattivo gusto. Può darsi che il futuro ci riservi eventi tragici ma non mi piace partire da questo. Parto da un futuro come prosecuzione di certe linee che individuo. Non bisogna aver paura ed essere passivi a ciò che ci propone il futuro ma bisogna diventare attori e protagonisti di scelte. Abbiamo una promessa di vita più comoda ma anche più lunga e sembra seducente. Non vorrei avere un atteggiamento oscurantista.Che come «La pelle dell’orso», film uscito in questi giorni, parla di padri e figli?La coincidenza non è consapevole. A me interessava il nostro rapporto con la tecnologia. Il nostro rapporto con essa può essere paterno; vorremmo che la tecnologia restasse piccola. Invece tende a crescere, abbiamo paura che questa macchina complessa cresca. Vorremmo che si fermasse ad un livello in cui ci sia permesso di controllarla. Allora la stagione del teatro civile non è finita..I nostri diritti e doveri nei confronti degli altri, delle istituzioni, le nazioni, la scuola, la famiglia e la sanità vengono in parte sostituite da funzioni «on demand» e tutto questo cambia il rapporto di importanza. Tutto ciò non è gratis, il tessuto sociale si indebolisce a favore di una puntinatura apparentemente social ma molto più individualistica di prima. È più facile lavorare con la memoria?Parlare di memoria è rassicurante. Apparentemente chi parla di memoria sta parlando di realtà, i tasselli vanno a posto, ci lascia andare ad ascoltare qualcosa che suona giusto in partenza. Avventurandosi nel futuro, si commettono delle arbitrarietà che possono irritare profondamente irreale ma aiutano a riflettere. «Numero primo» si chiama Nicolas, niente a che vedere con il Nicola degli Album?No, non assomiglia a nessuno, lui è qualcosa che non ha uguali. Nemmeno con Collodi o Twain. L’importante è che in alla fine io riesca a renderlo unico.Il lavoro è finito, dopo mesi di lavorazione?È cambiato. Al momento mi sono concentrato sulla materia drammaturgica e ho dato una forma leggera al teatro che mi permette di cambiare le scene senza che la struttura lo permetta. È come aprire la bottega e mostrare il bozzetto. Su cosa appoggia il recitato?Sarebbe fastidioso cascare in un immaginario di Flash Gordon e poi Philip Dick e tradurre questo a teatro, abbiamo già il film e il fumetto.Il ritmo ha parentesi dialettali?Ci sono riferimenti territoriali, ci sono delle caratterizzazioni di personaggi su quella base. Mi diverte pensare che nel futuro, i miei personaggi non si liberino dello stile e delle abitudini di vita ma le trapiantino.Paolini, lei che crede nelle parole, ce ne regala una buona per il futuro?Mi richiami fra un’ora (e comincia a ridere, ndr).

GRANDE TEATRO. La rappresentazione sul palcoscenico del Nuovo fino a domenica

L’esperimento di Paolini
diventa un Numero primo

Simone Azzoni

Il viaggio di un papà con il suo bambino, da Porto Marghera a Trieste, è anche uno spunto per parlare di futuro, tecnologia e fantascienza

mercoledì 14 dicembre 2016 SPETTACOLI, pagina 55

«Numero primo», in scena al Teatro Nuovo fino a domenica, è un «esperimento teatrale in tre capitoli», come recita la didascalia alle spalle di Marco Paolini che qui l’anno scorso passò con Amleto a Gerusalemme. Ma non è del tutto così. Innanzi tutto perché l’introduzione è già ingessata, lunga e un po’ didattica; spiega l’evoluzione del progresso, la tecnologia dalla selce al silicio, le nuove relazioni con il cellulare e il genoma. Un po’ alla ITI Galileo per le diapositive proiettate. È un necessario trucco drammaturgico per convincere la platea di quanto il futuro sia già nelle sperimentazioni scientifiche della contemporaneità e l’etica non sempre è a braccetto con la tecnica. «Ciò che faccio ora non lo potevo immaginare prima», ci dice Paolini e per questo, diciamo noi c’è la fantascienza che proietta nel futuro storie. Che Paolini ama raccontare, per due ore.Storie come quella di Numero primo, bambino figlio di Ettore e di Hechné: una sfida alle aspettative dei fans, numerosi alla «prima». Nicola c’è ma non è quello di don Tarciso e della Norma. Si chiama Nicolas e ognuno ci può vedere i topi de la Peste di Camus, o Marcovaldo passando per Nick (altro Nicola) e il Glimmung, una creatura uscita dalla penna di Philip Dick. È lo stesso Paolini a dirci che la pioggia di Gardaland è quella di Blade Runner, le atmosfere assomigliano, ma in realtà la neve artificiale di Porto Marghera ci è familiare come l’hinterland, le botteghe de cinesi e Amazon. Paesaggi così domestici e per questo irritanti come i Cari mostri di Stefano Benni: esasperazioni, paradossi, specchi che distorcono le anomalie del presente con i suoi problemi (il Mose) e i suoi bisogni (l’integrazione degli extracomunitari). La fantascienza è solo un vestito da far indossare ai fastidi di sempre di Paolini, la banalità del linguaggio, la stupidità delle abitudini, la pochezza di poesia nelle relazioni.L’operazione è apparentemente spiazzante. Manca quel Lorenzo Monguzzi che ha sostenuto le ballate di Paolini, ora solo come i Numeri primi, appunto, del best seller. Siamo in un futuro indeterminato ma, lo dice Paolini stesso, «si fa fatica a disfarsi di ciò che si ha», e così non ci si disfa dei riferimenti narrativi (il testo è scritto assieme a Gianfranco Bettin) e il viaggio di Numero primo (con capra) è in un Nordest che si affolla di nomi entro coordinate note. Quelle sicure: i dialetti veneti, i gergali degli stranieri che impastano l’affabulazione di terra, la natura delle montagne e ancora ciò che fa ridere: vedi l’episodio dei pidocchi alla scuola Steve Jobs di Trieste. E quelle meno sicure come, sul finale, il recitato un po’ posticcio tra il padre e la «madre» all’ospedale.Senza il prologo scientifico non ci saremmo accorti che questi raccontini appartengono al domani prossimo. Sono pagine di Album senza soluzione di continuità, frammenti di apocalisse sparsi in un labirinto come quello de il Milione, come quello di una rete internet, senza porta di accesso e di uscita.

La rassegna ha sottoscritto il manifesto dei teatri accessibili e ha aderito all’iniziativa Teatri 10 e lode promossa dall’Associazione disMappa: compatibilmente al numero dei posti riservati, disabile e accompagnatore potranno assistere a ogni spettacolo al prezzo speciale di 10 euro.

20162017-il-grande-teatro-nuovo-veronaINFORMAZIONI tel. 0458006100 e www.ilgrandeteatro.comune.verona.it
e www.teatrostabileveneto.it
Vendita biglietti al Teatro Nuovo, tel. 0458006100.
Servizio biglietteria anche presso BOX OFFICE, via Pallone 16, tel. 0458011154.

 


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